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Cooperazione

2015: l’anno delle agende globali

28 Mag 2015 - Paolo Dieci - Paolo Dieci

Il primo negoziato internazionale del 2015 è la Third Financing for Development Conference (Addis Abeba, 13-16 luglio). Si tratta di un appuntamento decisivo, perché in assenza di risultati tangibili verrebbero compromessi in partenza il Post-2015 Summit al Palazzo di Vetro (25-27 settembre) e la Conferenza delle Parti della Climate Change Convention a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

Ad Addis Abeba l’Unione europea (Ue) e gli stati membri dovranno dire parole chiare sugli impegni per la lotta alla povertà. Il tema dello 0,7% del Pil è ancora in agenda? Se sì, entro quale arco temporale? Se no, quale è l’effettivo impegno nel breve, medio e lungo periodo? L’assenza di decisioni coerenti e credibili da parte dell’Europa renderebbe inconsistente il richiamo – in sé corretto – ai paesi del G77 all’assunzione di maggiori impegni diretti.

La debolezza in molti paesi di effettivi sistemi fiscali sottrae risorse alla lotta alla povertà e ai servizi sociali e alimenta la spirale delle diseguaglianze interne. E ancora: la mancanza, in alcuni paesi, di effettivi sistemi democratici determina crisi sociali, politiche ed economiche e rende spesso puramente teorica l’adesione alle convenzioni internazionali sui diritti umani.

È giusto,quindi, sottolineare la dimensione globale della nuova agenda. Non più il “Nord” per il “Sud”, ma la comunità internazionale effettivamente unita verso il raggiungimento di obiettivi condivisi.

Non più il “Nord” per il “Sud”, ma una comunità unita
Però il tema, per noi europei è: che credibilità abbiamo nel richiamare i Paesi partner alle loro responsabilità in assenza di scelte chiare e coerenti con innumerevoli impegni internazionali?

Va qui aperta una parentesi. Link 2007 ha espresso da sempre il proprio consenso all’idea che la cooperazione allo sviluppo dovesse aprirsi al mondo delle imprese. Siamo, infatti, convinti di due cose: la prima è che non è pensabile contrastare efficacemente la povertà e la mancanza di lavoro senza il concorso determinante dell’impresa; la seconda è che questo è quanto ci chiedono i paesi partner, che giustamente da anni non vogliono più essere considerati beneficiari passivi dell’aiuto ma soggetti attivi nello sviluppo di relazioni economiche e commerciali.

Però non ci stancheremo mai di ripetere un concetto: le risorse veicolate dal settore privato, lo sviluppo del blending finanziario, la valorizzazione dell’inclusive business vanno intesi come opportunità supplementari nella strategia globale di lotta alla povertà. Se il mercato da solo riuscisse a risolvere il problema della povertà assoluta, perché questa cresce anche in Paesi che registrano una forte crescita economica? Perché tuttora milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi essenziali?

In quei contesti di povertà, i progetti finalizzati a precisi obiettivi di sviluppo coinvolgenti le comunità rimangono indispensabili, come rimane necessario, oltre che doveroso, fornire a quelle comunità l’aiuto necessario. Ci è difficile quindi concordare con chi ritiene che “il futuro della cooperazione sia oltre l’aiuto e che i paesi partner ci chiedano solo trasferimento di tecnologia ed esperienze e non più progetti”.

Integrare la dimensione del dono nell’Agenda globale
Forse alcuni osservatori ritengono che affermare quanto sopra corrisponde ad una difesa dell’identità e dello spazio della cooperazione non governativa. Non è così.

Innanzitutto ad affermare la centralità dell’aiuto a dono, accanto ad altri strumenti, non sono solo le Ong: lo ha fatto, con chiarezza, il più autorevole esponente della comunità internazionale, cioè il segretario generale delle Nazioni Unite. Il suo rapporto A life of dignity for all del luglio 2013, nell’inaugurare il dibattito sul “Post 2015”, reitera esattamente questo concetto: gli Stati ricchi non possono sottrarsi alle responsabilità e agli impegni assunti nella lotta alla povertà.

A parte questo richiamo, sono i dati del mondo contemporaneo a imporci di non demordere nel sottolineare la centralità dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Uno studio pubblicato dalla Fao nel 2014 (The State of Food Insecurity in the World, 16 settembre 2014) indica che sono circa 805 milioni le persone – vale a dire una su nove – che nel mondo soffrono la fame.

Il rapporto 2014 della Commissione economica per l’Africa sullo stato di avanzamento degli Obiettivi del Millennio rileva che, nonostante significativi progressi registrati in diversi Paesi, sul piano globale il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà estrema (1,25 $ al giorno) è cresciuto nel continente da 290 milioni nel 1990 a 376 milioni nel 1999 a 414 milioni nel 2010.

Sono dati che danno il senso dell’urgenza di aggiornare un’agenda globale, integrando la dimensione del dono con quelle dello sviluppo di relazioni economiche e del dialogo politico: l’Africa, ma non solo essa, deve assumersi fino in fondo le sue responsabilità.

Ma il successo di un’agenda di tali ambizioni dipende fortemente dalla credibilità dei soggetti in campo. Se questa vi sarà il 2015 può davvero essere un anno eccezionale. In caso contrario rischiamo di perdere importanti opportunità.

Il ruolo di un’Europa forte, coesa, unita
C’è poi un altro drammatico, interrogativo. Intere regioni del mondo neanche sentono il “profumo” di una prossima agenda globale. Ci riferiamo alle aree scosse dalla ferocia del terrorismo, dall’avanzata dello stato islamico, dalla somma di tante e interconnesse ragioni di conflitto e instabilità. La gente che vive in Siria, in Iraq, nello Yemen, pensa davvero che il 2015 possa essere un anno eccezionale?

Non riteniamo affatto che l’Europa abbia la possibilità di risolvere magicamente l’insieme di questi conflitti. Tuttavia sappiamo ciò che l’Europa non dovrebbe essere: un insieme di Stati privo di un’incisiva identità politica. Sarebbe un approdo disastroso per l’integrazione europea ma anche per il suo peso politico nel mondo. Proporre nel difficile scenario contemporaneo un’Europa forte, coesa, unita è una precisa responsabilità storica.

E qui l’Italia ha molto da dire e fare, perché ha sempre manifestato una forte tensione europeista. Tra le istanze che l’Europa dovrebbe senza indugi sposare deve esserci in primo luogo, come amava ripetere l’allora commissario europeo Emma Bonino, il consolidamento degli strumenti del diritto internazionale.

Non è un caso che uno che di agende globali se ne intende, Jeffrey Sachs, che ha ispirato quella del Millennio, insista molto sulla necessità di rafforzare il diritto internazionale. Rendere il diritto internazionale “una cosa seria”, applicabile e applicata è forse la principale sfida dei prossimi decenni.

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