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Medio Oriente

Oman, il ritorno del Sultano e il test della successione

1 Apr 2015 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Dopo nove mesi trascorsi in Germania per cure mediche, il Sultano dell’Oman ha fatto ritorno in patria. Secondo numerose fonti, il sultano Qaboos bin Said al-Said sarebbe gravemente malato a causa di un tumore.

Nei lunghi mesi di assenza (compresa la festa nazionale del 18 novembre), il nodo della successione in Oman non è stato risolto. Fino ad ora infatti Qaboos, 74 anni, ha guidato da solo il sultanato. In veste di capo dello stato, premier, capo delle Forze armate, della Banca centrale, ministro di esteri, difesa, finanze, senza figli, fratelli o nipoti, il sultano non ha mai designato pubblicamente un suo successore.

Rebus della successione
Secondo la costituzione, qualora il Consiglio di Famiglia, chiamato a riunirsi entro tre giorni dalla morte del sultano, non si accordasse su un nome, spetta al Consiglio di Difesa – insieme ai capi delle due Camere a ai membri della Corte Suprema – confermare il primo dei due nomi che il Sultano ha indicato per la successione in una lettera sigillata (in due copie, a Muscat e a Salalah).

A guidare il paese è stato il vice premier Sayyid Fahd bin Mahmoud che non sembra però avere l’identikit appropriato. Oltre ad avere già 71 anni, ha sposato una donna francese e non potrebbe dunque lasciare il trono a uno dei suoi figli.

Fra i candidati più accreditati vi sono i tre cugini cinquantenni di Qaboos: Asad e Shihab, entrambi di formazione militare, già consiglieri del sultano, e Haitham, ministro della cultura. Il giovane in ascesa è invece Taimur (classe 1980), figlio di Asad, presidente della banca islamica Al Izz.

Problemi sociali irrisolti
Fare chiarezza sulla questione della successione è ormai urgente, nonostante il ritorno del Sultano: i problemi economico-sociali che portarono a manifestare, nel 2011, un consistente numero di omaniti non sono stati risolti. La protesta potrebbe riaffacciarsi proprio in una fase di incertezza istituzionale.

Fra i nationals, la disoccupazione è stimata al 20%, numeri che aumentano nella fascia giovanile: almeno il 45% degli omaniti ha meno di vent’anni e il 56% meno di venticinque. Le misure di contenimento dell’immigrazione, specie asiatica, non hanno fin qui contribuito alla crescita della platea degli occupati nazionali: di fronte a un pubblico impiego ormai saturo, i giovani non hanno le competenze professionali richieste dal settore privato.

Il sultano ha sedato i sit-in popolari fra Sohar, Sur e Salalah grazie a mix di redistribuzione della rendita, timidi segnali di autoriforma, repressione. Il declino delle risorse energetiche e il crollo del prezzo del barile di petrolio renderanno, però, sempre più complicato il funzionamento del rentier-state.

Politica estera Oman
La politica estera è il tradizionale asset vincente dell’Oman, capace di dialogare con tutti quegli attori regionali che invece faticano a parlarsi. Il sultano ha permesso l’avvio dei colloqui sul dossier nucleare fra Stati Uniti e Iran, lavorato al riavvicinamento fra Arabia Saudita-Emirati Arabi Uniti e Qatar. Muscat è l’unico canale di comunicazione sempre aperto, anche nei momenti più tesi, fra Riyadh e Teheran.

L’attivissimo vice ministro degli esteri Yusuf bin Alawi ha portato avanti le consuete tessiture diplomatiche, ma la questione della successione ha in sé una forte rilevanza geopolitica. Il sovrano di domani – oltre che raccogliere l’eredità pesantissima del carismatico Qaboos – dovrà garantire la prosecuzione di quella politica estera che ha contribuito, nei decenni, al rafforzamento interno e alla legittimazione del sultanato stesso.

In più, le sfide di sicurezza sono destinate a moltiplicarsi. Oltre alla variabile regionale del terrorismo jihadista, il deragliamento della transizione politica nel confinante Yemen crea apprensione sul fianco occidentale omanita, già militarizzato.

L’Oman è l’unico membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aver trasferito l’Ambasciata ad Aden dove il presidente ad interim Hadi è riparato dopo il golpe di Sana’a per mano del movimento sciita zaidita degli huthi. Segno che la mediazione omanita è al lavoro.

Il tornante della successione rappresenta già da ora un delicato test di maturità per l’Oman. Tuttavia, le proteste del 2011 hanno reso visibile la silenziosa trasformazione in atto nella società, specie nella maggioritaria componente giovanile: Qaboos, “padre della Nazione” per oltre una generazione, ha perso, di fronte alla cruda realtà quotidiana, quell’aura di infallibilità che ne ha fin qui accompagnato il governo.

Il progressivo allentamento dei legami intra-tribali, soprattutto nelle città della costa settentrionale (come Sohar, dove lo sviluppo economico non ha creato benessere sociale), richiederà un’attenta rimodulazione del patto sociale fra il vertice e il popolo.

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