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Terrorismo e jihadismo

Marocco, l’eccezionalità da riconquistare

27 Apr 2015 - Simone Olmati - Simone Olmati

A lungo considerato impermeabile alla penetrazione jihadista, anche il Marocco sta attuando nuove misure di sicurezza. Senza riforme sociali e maggiori diritti, tuttavia, il compito del governo potrebbe rivelarsi più arduo del previsto.

Dopo l’attentato di Tunisi, anche il Marocco sta rafforzando i dispositivi di sicurezza. Il nuovo Bureau central des investigations judiciaires (Bcij), fondato il 20 marzo a Salé e considerato l’“Fbi marocchino”, ha già smantellato una presunta cellula affiliata al sedicente Stato Islamico e operante in tutto il Paese.

L’entità della minaccia e la prontezza della risposta
Il Bcij ha inoltre diffuso i dati riguardanti il rischio terrorismo in Marocco: 132 strutture smantellate, 2720 persone arrestate, 119 attentati, 7 sequestri e 109 omicidi sventati tra il 2002 e il 2015.

A preoccupare di più il governo, sono gli oltre 1300 foreign fighters, tra cui 185 donne, che avrebbero lasciato il Paese per raggiungere il fronte siriano e che potrebbero fare ritorno in patria ben addestrati. D’altra parte non sarebbe la prima volta che il Marocco si trova ad affrontare il fenomeno del “terrorismo di ritorno”.

Considerando l’elevato numero di combattenti marocchini operativi in Siria, i meccanismi di reclutamento sembrano funzionare più che bene. In particolare, il gruppo Shamal Islam – fondato dall’ex detenuto nella prigione di Guantànamo Brahim Benchekroune (alias Ibrahim binShakran) – ha accolto molti miliziani, affiancandoli principalmente alle operazioni di Jahbat al Nusra.

Secondo i dati del Bcij, un nutrito gruppo di circa 500 unità sta combattendo anche nelle fila dello Stato Islamico.

Così come per la Tunisia, anche per il Marocco il primo impattodella presenza jihadista nel Paese si avrebbe sul turismo, una risorsa importante che per Rabat rappresenta tra l’8 e il 10% del Pil. Il governo ha adottato repentinamente misure straordinarie per contrastare il fenomeno e rassicurare visitatori e investitori stranieri.

Nonostante la lotta al terrorismo transfrontaliero nel Sahel sia spesso complicata da confini vasti e permeabili e da relazioni non idilliache tra i Paesi della regione, l’uccisione del francese Hervé Gourdel nella vicina Algeria ha dato una spinta fondamentale all’esecutivo per l’adozione di nuove misure interne e un maggiore attivismo sul piano internazionale.

In particolare, il ministero dell’Interno ha varato nei mesi scorsi il dispositivo “Hadar” (vigilanza), un sistema di sorveglianza integrata dei siti sensibili – quali gli aeroporti – che si aggiunge alle attività di controllo da parte delle Forze armate e della gendarmeria reale e alla riforma del sistema della giustizia.

La Camera ha approvato a gennaio un progetto di legge per contrastare la penetrazione jihadista. Il testo prevede il potenziamento delle pene e delle competenze dei tribunali in materia, con particolare severità per quanto riguarda i cittadini che abbiano effettuato una qualche forma di addestramento militare all’estero, reclutato combattenti o aderito a gruppi terroristici.

Il Regno impensierito dal salafismo marocchino
Sfiorato appena dalle Primavere arabe, il Makhzen ha sempre adottato nei confronti dei movimenti radicali religiosi politiche ambivalenti fatte di repressione, cooptazione e tolleranza, a seconda delle necessità storiche.

Negli Anni Settanta, l’Arabia Saudita investì le ingenti risorse economiche derivanti dallo shock petrolifero nel finanziamento di istituti confessionali di scuola wahhabita in tutto il mondo arabo, Marocco compreso.

La diffusione di un sentimento conservatore, seppur di matrice religiosa, rispondeva alla necessità di arginare i movimenti progressisti dell’epoca. È in questa fase che si è radicato il salafismo marocchino, che oggi impensierisce il Regno.

In questo ambiente sono emersi predicatori quali Mohamed Fizazi, condannato a 30 anni di prigione per responsabilità ideologica sugli attentati di Casablanca del 2003, poi liberato otto anni dopo.

Nell’ultimo decennio, che con gli attentati suicidi di Casablanca e Marrakech ha segnato la fine dell’“eccezionalismo marocchino”, il Regno ha dato un nuovo giro di vite sui movimenti radicali. Una repressione che ha finito per colpire, però, anche numerosi attivisti secondo Amnesty International.

Riforme e giri di vite
A ben vedere, il tema delle riforme è strettamente legato a quello della diffusione del radicalismo religioso e del reclutamento di combattenti stranieri. Molto spesso, infatti, sono i giovani delle periferie degradate dei grandi centri urbani ad arruolarsi per il fronte siriano non avendo valide alternative di vita e di reddito.

Dopo molte promesse disattese e una discussa riforma costituzionale seguita alle proteste del 2011, un nuovo patto sociale con i cittadini basato su pochi e chiari punti come il contrasto della disoccupazione, l’accesso ai servizi di base, la tutela dei diritti fondamentali e la riorganizzazione del welfare, potrebbe costituire un valido argine alla strumentalizzazione del dissenso da parte di quei movimenti radicali che non solo cavalcano il malcontento, ma si pongono contro il regno stesso non riconoscendo né l’autorità religiosa di re Mohammed VI, né la legittimità politica del governo.

Ora, è altamente improbabile che Abu Bakr al Baghdadi sia per il Marocco il nuovo Ukba ibn Nafi, il condottiero arabo che cavalcò fino all’Oceano Atlantico non avendo più nulla, se non il mare, a fermare la sua avanzata verso Ovest.

Tuttavia, per non essere di nuovo un terreno di conquista califfale, Rabat dovrebbe innanzitutto iniziare ad affrontare il tema delle riforme sociali senza cedere alla deriva securitaria e, in secondo luogo, dovrebbe risolvere le proprie problematiche interne puntando sulle risorse di cui dispone e su una società civile variegata, ma animata in larga parte da istanze democratiche.

L’obiettivo è quello di riconquistare e mantenere quell’eccezionalità che per lungo tempo ha costituito per il Marocco uno dei suoi tratti distintivi.

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