IAI
Horizon 2020, spazio

La partecipazione italiana alle prime gare

12 Apr 2015 - Osvaldo Piperno - Osvaldo Piperno

Nel 2014 si è assistito al lancio di Horizon 2020, il programma di ricerca e innovazione dell’Ue che raccoglie l’eredità del Settimo Programma Quadro e che distribuirà circa 80 miliardi di Euro in un arco temporale di sette anni (2014-2020).

Sulla base delle long term view presentata dalla Commissione europea, il programma Horizon 2020 contribuirà alle attività di ricerca e innovazione nel settore spazio con un totale di oltre 1,4 miliardi di euro.

Ben quattro sono le call dedicate interamente al settore spazio: 1) Application in satellite navigation – Galileo (424 milioni); 2) Earth observation – Eo (164 milioni); 3) Protection of European asset in and from space – Protec (214 milioni); 4) Competitiveness of the European space sector – Compet (494 milioni).

In aggiunta, si stima che circa 110 milioni saranno convogliati verso il settore spazio nell’ambito dello Sme instrument, schema di finanziamento dedicato alle piccole e medie imprese, e circa 25 attraverso altre call.

Ciascuna delle call viene declinata attraverso un programma di lavoro e prevede sub-call con cadenza annuale su temi specifici.

La finestra per presentare domanda nell’ambito delle prime quattro sub-call spazio si è estesa dal novembre 2013 al marzo 2014.

Complessivamente sono stati presentati ben 314 progetti ritenuti eleggibili, 205 (il 65%) hanno superato la soglia di sbarramento prevista ai fini della valutazione, 59 sono stati direttamente selezionati per il finanziamento e 17 inclusi in lista di riserva.

Solo di recente, sono state ammesse al finanziamento altre sette proposte precedentemente in lista di riserva, portando così a 66 (il 21% del totale eleggibile) il numero dei progetti finanziati.

Risultati incoraggianti
Una prima analisi dei finanziamenti attribuiti ai progetti vincenti, evidenzia un risultato decisamente positivo per il settore spaziale italiano. Imprese ed enti di ricerca nazionali hanno complessivamente ottenuto risorse per circa 18,5 milioni di euro.

Questo esito è particolarmente incoraggiante, non solo perché solamente Germania e Francia hanno fatto meglio, ma soprattutto perché i partecipanti italiani, a differenza di quelli tedeschi e francesi, hanno portato a casa risorse in eccesso (tabella 1) rispetto a quelle che sarebbero state erogate attraverso una rigorosa applicazione del regime del “fair return” che vige per i finanziamenti Esa.

In altre parole, di fronte a una effettiva competizione pan-europea, il settore spazio nazionale ha dimostrato di saper fare innovazione, ottenendo finanziamenti in proporzione maggiore rispetto al contributo percentuale italiano al bilancio dell’Unione.

Figura 1. Finanziamenti attribuiti ai progetti vincenti per Paese membro

Fonte: elaborazione propria su dati ASI ed EU.

Un’analisi più approfondita dei risultati delle prime sub-call fa emergere, tuttavia, una criticità che il settore spazio italiano è chiamato ad affrontare e risolvere. Sono ben 55 i progetti presentati e coordinati da una legal entity nazionale (il 18% del totale). Mentre 34 progetti italiani hanno superato le soglie di sbarramento (il 62% delle proposte nazionali), solo sette proposte (il 13% delle presentate) sono state ammesse al finanziamento (tabella 2).

Il settore spazio italiano si è dimostrato perciò poco efficace in termini di leardership, soprattutto nei confronti dei principali concorrenti europei.

Tabella 2. Breakdown delle proposte presentate per Paese di residenza del soggetto coordinatore

Fonte: elaborazione propria su dati ASI ed EU.

Elementi di criticità
Questo risultato è particolarmente preoccupante innanzitutto perché, ex ante, il project leader ha un ruolo determinante nella concezione dell’idea progettuale, nella selezione dei membri del consorzio e soprattutto nella stesura della proposta.

Il leader è inoltre il soggetto che letteralmente investe di più nella proposta in termini di giorni uomo; l’insuccesso italiano segnala perciò anche un chiaro problema di inefficienza.

Ex post, inoltre, il leader ha generalmente la responsabilità per il management del progetto e ha in misura maggiore la capacità di indirizzare lo svolgimento delle attività di ricerca così come la disseminazione e lo sfruttamento dei risultati; ha perciò maggiori possibilità di beneficiare di consistenti spillone discendenti dalla ricerca. Infine, attraverso meccanismi di learning by doing, il project leader sviluppa capacità e competenze gestionali per proporsi nuovamente con successo alla guida di altri progetti.

In definitiva, dall’analisi dei risultati della prime sub-call emergono sia luci sia ombre per il settore spaziale italiano. Certamente le imprese e gli enti di ricerca nazionali posseggono capacità e competenze uniche, tali da renderli partner ideali per proposte di successo.

Preoccupano invece le debolezze riscontrate in termini di leadership e sono molteplici le ragioni per cui vale la pena affrontare questo problema con maggiore decisione. L’orizzonte 2020 è ancora lontano e il settore spaziale italiano ha il tempo necessario per ritagliarsi un ruolo da protagonista.

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