IAI
Tsipras e Putin

Intese su Turkish Stream, rischi per Unione energetica

23 Apr 2015 - Antonio Scarazzini - Antonio Scarazzini

Le sirene dei capitali russi sono sempre più forti per la Grecia: nel corso delle ultime settimane, il premier ellenico, Alexis Tsipras, ha infatti incontrato prima Vladimir Putin e poi l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller.

Sul tavolo degli incontri, la partecipazione di Atene a Turkish Stream, la prima vera minaccia che la Russia può portare all’unione energetica.

Turkish Stream: Vertice a Budapest
Il mese di aprile si era aperto con un summit a Budapest fra i ministri degli esteri di Grecia, Serbia, Ungheria e Turchia. Un dialogo ristretto, guidato dall’ellenico Nikos Kotzias, diretto a trovare un accordo preliminare tra gli Stati europei che dovrebbero essere attraversati da Turkish Stream, il gasdotto che ha sostituito South Stream nelle strategie di Gazprom per portare il gas russo in Europa.

Dal Vertice ungherese Kotzias è uscito con un’intesa politica sulla “validità e affidabilità commerciale” del progetto, sufficiente a dotare Tsipras della credibilità giusta per incontrare Vladimir Putin.

Sulla carta, infatti, il ruolo della Grecia in Turkish Stream sarà tutt’altro che secondario: i 2200 km complessivi di tracciato previsti si dirameranno in due direttrici, una diretta verso la Turchia e l’altra in Europa, passando appunto per la Grecia e i Balcani.

Il flusso complessivo a regime è previsto in 63 miliardi di metri cubi, di cui oltre 47 destinati al territorio europeo e oltre 15 alla Turchia, secondo le intese strette ad Istanbul lo scorso 1̊ dicembre dai presidenti russo e turco Putin ed Erdoğan subito dopo la rinuncia a SouthStream.

Nell’accordo tra Gazprom e la compagnia nazionale turca Botas, la fine dei lavori del nuovo gasdotto è stata fissata per dicembre 2016, con il successivo avvio dei primi flussi verso la Turchia. I primi invii verso l’hub greco sono invece previsti per il 2019.

La missione di Tsipras
Atene guarda con speranza all’anticipo dei diritti di transito che, secondo stime del Wall Street Journal rafforzate con la visita ad Atene di Miller, potrebbero ammontare a 3 miliardi di euro.

Possibile, inoltre, ma non prima del 2019, uno sconto del 10% sulle tariffe di vendita del gas. Un sollievo non indifferente per un Paese in cui il gas naturale è salito al 14% dei consumi energetici nazionali dal 6% nel 2000 (dati IEA, 2014).

Quota che viene coperta per il 60% da importazioni di gas dalla stessa Russia, che proprio grazie agli idrocarburi (russo anche il 33% del petrolio utilizzato in Grecia nel 2012) copre il 14% dell’import ellenico (dati Wto, 2014).

Le compensazioni economiche allettano una Grecia perennemente in cerca di sollievo dai creditori internazionali, permettendo a Vladimir Putin di costruire un’importante sfera di influenza in Europa, non soltanto legata al sostegno della sua politica per l’energia.

L’adesione di Atene al Turkish Stream potrebbe infatti convincere Mosca a rimuovere l’embargo verso i prodotti agroalimentari greci, rafforzando la possibilità che al Consiglio europeo di giugno Tsipras si opponga radicalmente al rinnovo delle sanzioni comminate al Cremlino per le vicende ucraine.

I rischi per l’Unione energetica
A correre i rischi più seri è comunque il progetto di Unione energetica da poco avallato dal Consiglio europeo. Malgrado la rinuncia a South Stream, Putin è ancora alla ricerca di nuove vie verso l’Europa per il gas russo, prima che arrivino altri concorrenti, come lo shale gas americano, se i prezzi del petrolio dovessero mai risalire.

Rispetto al predecessore, Turkish Stream gode inoltre di un ben più marcato supporto da parte della Turchia, nuovo crocevia di transito di idrocarburi verso l’Ue.

A gennaio e febbraio, infatti, due incontri tra il ceo di Gazprom, Alexey Miller e il ministro turco per l’energia, TanerYildiz, hanno condotto alla redazione di avanzati studi di fattibilità e permesso di concordare i primi lavori di esplorazione per il tratto offshore nel Mar Nero.

Nelle strategie di Mosca, il coinvolgimento di Atene raddoppia di valore se si considera la centralità della Grecia nel quadro del Trans-Adriatic Pipeline, l’opzione scelta dall’Ue per il “corridoio Sud” il cui destino potrebbe essere ora reso più incerto dalle sirene russe.

Recentemente, il ministro greco per l’energia Panagiotis Lafazanis ne ha peraltro chiesto una rinegoziazione delle condizioni, con particolare riferimento al pagamento delle tariffe di transito a partire dal 2019.

Non casuale, infine, che l’Ungheria abbia ospitato il Vertice ministeriale: solo a marzo Budapest aveva infatti scatenato la levata di scudi dell’Ue contro l’accordo da 12,5 miliardi di euro firmato con Mosca per la costruzione di due centrali nucleari nella città di Paks.

Tutto in mano alla Grecia ?
Vladimir Putin continua così a pescare nel mazzo dei “meno devoti” dell’Ue per fiaccare lo sviluppo dell’Unione energetica.

A Bruxelles possono sperare ipotizzando il dissolvimento di South Stream di fronte all’innalzamento dei costi ed alla diminuzione del suo valore politico.

I bassi prezzi del petrolio e, dunque, del gas naturale, limitano inoltre di molto i margini di redditività di un progetto da costruire ex novo, qual è il Turkish Stream. Ma la sensazione di incertezza che si prova attendendo una decisione strategica da parte della Grecia è ormai ben nota nella capitale europea.

.