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Energia, idrocarburi

Esplorazione: nuovo dinamismo nel Mar Adriatico

12 Apr 2015 - Chiara Proietti Silvestri - Chiara Proietti Silvestri

Il Mar Adriatico è oggetto di un rinnovato interesse nell’esplorazione di idrocarburi. Dopo la fase storica italiana, che portò negli anni del dopoguerra alla scoperta da parte dell’Agip di importanti giacimenti di petrolio e gas, è ora la volta dei Paesi dei Balcani, impegnati nell’assegnazione di licenze e in nuovi bid round.

In prima linea, la Croazia seguita da Albania, Montenegro, Grecia. Mentre l’Italia sembra ancora in bilico tra una politica di valorizzazione delle potenzialità minerarie e le spinte delle opposizioni che puntano ad ostacolare le attività di esplorazione.

Lo sfruttamento delle risorse energetiche interne non è solo rilevante per le economie dei paesi interessati, ma è strategico per tutta l’Europa che, in vista della creazione di un’Unione dell’Energia, ha sottolineato il principio della sicurezza energetica quale cardine della politica europea, specie nell’attuale contesto di gravi rischi per le forniture di metano.

Riprende la caccia al tesoro
La scoperta di importanti giacimenti nel Mar Adriatico è impresa tutta italiana che risale agli anni del dopoguerra, quando l’Italia – pioniera nell’attività mineraria offshore in Europa – avviò le operazioni di ricerca al largo delle coste dell’Emilia Romagna, delle Marche e dell’Abruzzo.

Tuttavia, dalla seconda metà degli anni ’90,si è assistito ad una progressiva diminuzione delle attività di ricerca, accentuata dagli interventi normativi conseguenti all’incidente di Macondo, nel Golfo del Messico. Una tendenza marcata specie per le attività in mare: tra il 2009 e il 2013 non è stato perforato un solo metro a fini esplorativi nell’offshore italiano.

All’opposto dell’Italia, i paesi dei Balcani – a una distanza di 150 km dalle nostre coste – stanno intraprendendo una politica di rilancio del potenziale minerario nazionale per sostenere lo sviluppo economico interno, attrarre capitali esteri, accrescere la sicurezza energetica.

La Croazia ha lanciato un programma di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico su una superficie di 36.800 km2 suddivisa in 29 blocchi, un’area dove in passato non era mai stata svolta attività di produzione. Il governo di Zagabria ha assegnato ad inizio anno 10 licenze oggetto di una gara indetta nel 2014; tra le compagnie che hanno partecipato c’è anche Eni che ha vinto, in partnership con Rockhopper, la licenza per uno dei blocchi.

Anche altri Paesi pianificano di avviare, seppur in aree di minore dimensione, attività di esplorazione in Adriatico: l’Albania, che intende lanciare una gara per esplorazione di 13 blocchi, di cui uno offshore; il Montenegro, che ha avviato le negoziazioni con le compagnie interessate all’assegnazione di sette blocchi offshore offerti in una gara lo scorso anno; la Grecia, dove è in corso un bid round per la concessione di 20 blocchi al largo delle coste occidentali e a sud di Creta.

Corsa ad ostacoli
Intanto, in Croazia le associazioni ambientaliste hanno lanciato la campagna regionale “SOS per l’Adriatico” mobilitandosi non solo per l’abbandono del progetto di esplorazione croato ma di tutta la sponda orientale, auspicando una rapida chiusura della produzione anche sul versante italiano. Le opposizioni hanno portato il premier croato Zoran Milanovi? a decidere di indire un referendum sulla questione, di cui non si conoscono ancora i dettagli.

Nel frattempo, l’Italia ha deciso di seguire da vicino le vicende croate, richiedendo di partecipare alla Valutazione ambientale strategica (Vas), come previsto dalla Direttiva 2001/42/CE e dalla Convenzione di Espoo. Un passo che rallenta la corsa all’esplorazione di Zagabria: la firma dei contratti con le compagnie vincitrici, prevista entro il 2 aprile, dovrebbe slittare per permettere la conclusione delle consultazioni transfrontaliere.

La posizione europea
La posizione europea sullo sfruttamento delle risorse domestiche di idrocarburi non può prescindere da un dato: l’Europa importa quasi il 90% di greggio e circa il 66% di gas. Ad aggravare il quadro, il contesto di instabilità politica dei paesi fornitori, come indicano l’acuirsi del conflitto russo-ucraino e la guerra civile in Libia.

Il fatto che Russia e Nord Africa (Algeria e Libia) complessivamente coprano circa il 60%(dato 2013) delle importazioni di gas europee pone come priorità d’azione la sicurezza energetica, di cui uno degli elementi principali è lo sviluppo delle risorse domestiche.

La Commissione l’ha chiarito nel 2014 con la European Energy Security Strategy. E l’ha ribadito di recente il Consiglio europeo. Tra i pilastri della strategia energetica europea spicca il potenziamento dell’uso di fonti interne, specie le rinnovabili e la produzione sostenibile di fonti fossili, gas metano in primis.

Dilemma italiano
Anche la dipendenza dell’Italia dall’estero è questione ormai nota e particolarmente rilevante nel dibattito pubblico odierno, dal momento che Russia e Nord Africa coprono oltre il 60% del consumo annuale di gas nel 2014. La dipendenza da Russia e Libia, diversamente da quanto poteva ritenersi auspicabile, è andata accentuandosi tra 2012 e 2014: passando dal 24% al 41% dei consumi interni per il gas russo e dal 9% al 10% per quello libico.

Lo “Sblocca Italia” sembrava aver riaperto la partita italiana nell’Adriatico, promuovendo una politica di rilancio della produzione nazionale, a discapito delle importazioni.

Tuttavia, l’approvazione al Senato dell’emendamento relativo al disegno di legge sugli eco-reati, che vieta l’utilizzo della tecnica dell’airgun, universalmente utilizzata in altre attività, rappresenta un duro colpo per il settore: se dovesse ottenere il via libera della Camera, impedirebbe di fatto l’attività di esplorazione in mare.

Il dibattito italiano sullo sfruttamento delle risorse in Adriatico ha raggiunto livelli di conflittualità che devono essere affrontati per dare coerenza ad una politica energetica in grado di dare risposte alle problematiche di sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e competitività economica.

In un contesto di instabilità dei paesi fornitori e rallentamento dell’economia, l’Italia non dovrebbe perdere l’opportunità di attrarre investimenti, nazionali o esteri, quantificabili nell’ordine di 15-20 miliardi euro; valorizzare il potenziale energetico nazionale; rilanciare le imprese dell’indotto para-petrolifero, riconosciute grandi eccellenze all’estero, ma poco conosciute in patria.