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Disarmo e Guerra Fredda

Russia, un altro passo indietro

29 Mar 2015 - Giovanna De Maio - Giovanna De Maio

La Russia sbarra un’altra strada sulla via del dialogo. L’annuncio del ritiro dal Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa (Cfe) lascia cadere un vecchio retaggio degli equilibri creati a ridosso della caduta del muro di Berlino.

Il dispositivo di questo trattato obbligava la Nato e la Russia a limitare e a notificare reciprocamente ogni modifica nelle dotazioni di armamenti convenzionali, oltre a prevedere un sistema di ispezioni.

La mossa di Mosca arriva contestualmente a due segnali tutt’altro che distensivi lanciati dall’Occidente. Il primo proviene dall’Alleanza atlantica, che continua le esercitazioni congiunte in Polonia e nei Paesi Baltici.

Il secondo arriva dall’Unione europea per il tramite del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che si è espresso così a proposito della creazione di un esercito europeo: “Occorre lanciare un messaggio per far capire alla Russia che siamo seri quando si tratta di difendere i valori europei”.

Cfe, una storia breve e tormentata
Sul piano pratico la sospensione della partecipazione russa alle riunioni del gruppo di consulenza sul Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa non sembra segnare una cesura storica: l’applicazione del Trattato è stata sin da subito condizionata da rapporti di forza e diffidenza.

Con l’obiettivo di fissare un tetto per il livello di armi convenzionali essenziali per sferrare attacchi a sorpresa e offensive su larga scala, il Trattato era stato originariamente firmato nel 1990 dagli allora sedici membri della Nato e da otto stati del Patto di Varsavia.

Tuttavia già dall’anno successivo, le parti avviarono negoziati per elaborarne una nuova versione,che ne smussasse le disposizioni più restrittive a carico della Russia e dell’Ucraina. La risoluzione finale che ha visto la luce nel ’99, ha poi impegnato la Nato e la Russia in una sfida al reciproco sospetto.

La Nato subordinava l’applicazione degli accordi al totale ritiro delle truppe russe stanziate nel Caucaso, mentre Mosca era piuttosto favorevole a un ritiro parziale, anche alla luce dei presunti progetti dell’allora presidente Usa George W. Bush, che ipotizzava uno scudo spaziale.

In seguito, le dinamiche si sono progressivamente complicate, pur prendendo le mosse dalle stesse basi. La Russia rifiutava di adempiere gli obblighi previsti dal trattato come risposta agli accordi per l’installazione di basi Nato in Romania e in Bulgaria.

La Nato, invece, insisteva sul ritiro delle truppe russe stavolta dalla Moldavia e dalla Georgia. Il tiro alla fune si è concluso nel 2007 con un nulla di fatto, data la decisione unilaterale di Mosca di sospendere l’applicazione del Trattato. Gli spiragli di dialogo lasciati aperti qualche anno fa si sono apparentemente chiusi nei giorni scorsi con l’annuncio del ritiro.

Verso il riarmo generale
L’importanza di questo strumento era stata recentemente richiamata dall’Organizzazione per la sicurezza e per la cooperazione in Europa. Insieme al Trattato sugli Open Skies e al Vienna Document, il Cfe doveva costituire il presupposto di ulteriore cooperazione nel segno della costruzione di un sistema di sicurezza orientato al controllo nella produzione di armi convenzionali.

Il ritiro di Mosca dal Cfe è un altro tassello nel mosaico dello sconvolgimento in atto degli equilibri del post Guerra Fredda. Abbandonare questo format di dialogo è dunque non soltanto segno di una politica sempre più risoluta da parte del Cremlino, ma anche dell’idea di una Russia diffidente verso un’architettura di sicurezza che in questo momento considera crollata.

Se crea disappunto nell’Alleanza atlantica, la decisione russa, tuttavia, non ne modificherà le direttrici d’azione, stando alle dichiarazioni del segretario generale Jens Stoltenberg.

Tuttavia, l’allargamento a Est della Nato costituisce una minaccia storica nella percezione di sicurezza di Mosca: pertanto, la scelta del ritiro dal Cfe non deve stupire.

Se sul piano pratico questa mossa non sembra sortire effetti decisivi, sul piano politico essa costituisce un altro passo indietro lungo la strada della cooperazione nel settore degli armamenti, dove oggi più che mai sarebbe necessaria una posizione comune, anche alla luce dei negoziati sul nucleare iraniano.

Da tempo la Nato lamenta l’inadeguatezza dei mezzi e la necessità di una smart defense e nel frattempo Mosca non è rimasta a guardare. L’aumento della spesa militare nei Paesi baltici dove si svolgono esercitazioni Nato rende ancora più immediata la reazione della Russia che difficilmente accetterà limitazioni se non alle sue condizioni.

Allo stesso tempo, la reciproca diffidenza tra Nato e Russia inevitabilmente si acuisce a causa delle oggettive difficoltà nella gestione dei focolai di crisi nel mondo arabo e nell’est europeo. Lo scenario che si prospetta sembra dunque aprirsi più su rischi di riarmo generale che su possibili miglioramenti significativi nella riduzione degli armamenti.

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