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Guerra al Califfato

Paura dei foreign fighters, ma non troppa

4 Mar 2015 - Daniel L. Byman, Jeremy Shapiro - Daniel L. Byman, Jeremy Shapiro

Molti ufficiali delle intelligence statunitense ed europea temono che l’ondata di terrorismo si diffonda anche in Europa. E la gran parte dei problemi deriva proprio dal nutrito numero di foreign fighters occidentali coinvolti.

Nonostante le paure e il concreto pericolo che le anima, la minaccia rappresentata dai combattenti stranieri in Siria e Iraq potrebbe essere facilmente esagerata. Alcuni precedenti e le informazioni provenienti dalla Siria invitano a considerare taluni fattori che riducono – e quasi eliminano – la potenziale minaccia terroristica rappresentata dei combattenti stranieri giunti in Siria.

– Molti muoiono, facendosi esplodere in attacchi suicidi o rimanendo uccisi in scontri a fuoco con opposte fazioni.
– Alcuni non fanno ritorno a casa, ma continuano a combattere nella zona del conflitto o nella successiva battaglia jihadista.
– Altri maturano una rapida disillusione e una percentuale di questi torna a casa senza abbracciare nuove, violente cause di lotta.
– Altri ancora vengono arrestati o fermati dai servizi di intelligence.

Il pericolo sollevato dal timore del ritorno in patria dei foreign fighters è reale, ma i servizi di sicurezza europei e statunitensi hanno gli strumenti per ridurre la minaccia. Questi dovranno essere adattati al nuovo contesto siriano e iracheno.

Il modello qui in basso mostra come sia i vari fattori precedentemente elencati sia delle efficaci strategie possono (ma non necessariamente lo faranno) ridurre il rischio rappresentato dai combattenti nelle milizie straniere.

Foreign fighters in viaggio
Anzitutto, bisogna prendere in considerazione il momento della decisione: è necessario pensare di ridurre il numero di quanti partono verso le zone di guerra prima di tutto cercando di interferire nel processo decisionale.

I paesi occidentali dovrebbero mettere in campo una contro-narrativa che evidenzi la brutalità del conflitto e la violenza intestina fra jihadisti. Altrettanto cruciale è pensare di sviluppare attraenti alternative pacifiche al combattimento per aiutare le popolazioni colpite dagli scontri in Medio Oriente.

I programmi di assistenza territoriale possono anche contribuire a migliorare l’attività di spionaggio locale. Trovarsi in giro per la comunità consente in primis al personale dei servizi un maggiore accesso alle informazioni sui potenziali fondamentalisti.

In secondo luogo, tali programmi consentono agli addetti dell’intelligence di entrare in contatto con persone che possano essere reclutati per fornire informazioni su altri aspiranti jihadisti.

Interrompere il transito che passa per la Turchia è una delle più promettenti risposte all’esigenza di contrastare la minaccia di stranieri arruolati fra le schiere dei fondamentalisti islamici per Europa e Stati Uniti.

I governi occidentali dovrebbero inaugurare una più efficace cooperazione con le autorità turche, le quali non sempre hanno considerato il freno al flusso di combattenti stranieri come la loro massima priorità.

Proprio mentre in Turchia cresce la preoccupazione rispetto al pericolo jihadista, l’intelligence e i servizi di polizia occidentali dovrebbero approfittarne per creare canali di comunicazione privilegiati con gli omologhi di Ankara.

In tal modo, i servizi di sicurezza turchi verrebbero avvisati della presenza di soggetti diretti in Siria attraverso il passaggio turco. Al contempo verrebbero invitati a negare loro l’accesso dal confine turco o a fermarli alla frontiera siriana e deportarli.

Altrettanto essenziale è la cooperazione fra i servizi degli Stati europei e fra le intelligence europea e statunitense.

Addestramento e indottrinamento terroristico
I foreign fighters vengono poi addestrati in Siria o in Iraq, perlopiù fuori dal raggio di influenza euro-americana. Persino laggiù ci sono però sottili modi di interferire con l’indottrinamento terroristico.

I servizi occidentali dovrebbero fare quanto in loro potere per ingenerare nei leader estremisti in Iraq e Siria il dubbio circa l’effettiva lealtà dei musulmani volontari provenienti da ovest.

Se infatti le organizzazioni jihadiste cominciassero a vedere gli stranieri come potenziali spie o come portatori di turbamento, potrebbero assegnarli a ruoli non combattenti, mettendone alla prova la fedeltà. Per esempio, potrebbero rifiutarsi di arruolarli o offrirgli un biglietto di sola andata come kamikaze.

Subito dopo il ritorno dei combattenti stranieri nei luoghi di provenienza è arduo allontanarli dalla violenza e dal jihad. È questo il quarto gradino del processo che stiamo descrivendo. I servizi di sicurezza occidentali riferiscono che di solito sanno quando i foreign fighters fanno ritorno e che molti rimpatriano ancora pieni di dubbi.

Un primo adempimento per i servizi, in questa fase, deve essere l’identificazione delle priorità fra gli ex combattenti, così da individuare quelli che tra loro necessitano di maggiore attenzione: le nostre interviste, tuttavia, segnalano che una tale mappatura è effettuata incoerentemente (e talvolta nulla affatto) fra i servizi d’intelligence d’occidente.

È inevitabile: alcuni individui pericolosi mancheranno all’appello e taluni di quelli identificati come non particolarmente pericolosi potrebbero costituire un minaccia poco più tardi; tuttavia, la prima impressione è fondamentale per stabilire le priorità dell’intervento da realizzare su chi fa rientro.

Scongiurare attacchi terroristici
Per fermare i foreign fighter dal pianificare attacchi terroristici, i servizi di sicurezza devono mantenere alta l’attenzione sul problema dei rimpatriati e fare in modo di avere sufficienti risorse per monitorarli.

Solitamente, chi fa la spola fra Siria e Iraq si pone all’attenzione dei servizi. Di contro, continuare a vigilare, a fronte di un crescente numero di combattenti di ritorno nei propri paesi, diventerà più arduo per mere ragioni legate alle risorse in campo.

Allo stesso tempo, proprio la sua stessa efficacia può finire per operare a scapito dell’attività di intelligence: riducendo l’insidia in maniera apprezzabile, infatti, i servizi ridimensionano il pericolo e quindi creano l’illusione che vi sia bisogno di meno risorse.

Un modo per calmierare questo effetto è rappresentato dalla “diffusione” del carico di responsabilità condividendo le informazioni con la polizia locale, le altre forze dell’ordine e le organizzazioni sociali della comunità.

Gli Stati Uniti e l’Europa hanno già schierato efficaci misure per ridurre in maniera consistente la minaccia terroristica rappresentata dai combattenti jihadisti occidentali che fanno ritorno a casa e per limitare la portata di un qualsivoglia attacco che possa verificarsi.

Queste misure possono e devono essere migliorate e, aspetto ancor più importante, adeguatamente equipaggiate. Lo standard di successo non può essere la perfezione. Se così fosse, i governi occidentali sarebbero destinati a fallire e, peggio ancora, a schierare una reazione sproporzionata che non farebbe altro che sprecare risorse e causare pericolosi errori di strategia politica.

L’articolo è un estratto dell’originale, tradotto da Gabriele Rosana, stagista dell’area comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali.

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