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Accordi commerciali Ue-Acp

Maratona negoziale s’avvicina a conclusione

16 Mar 2015 - Nicola Tissi - Nicola Tissi

Dopo anni di tormentate trattative, il 2014 ha segnato uno spartiacque per gli Economic Partneship Agreements (Epa), accordi commerciali fra Unione europea (Ue) e blocco Africa, Caraibi, Pacifico (Acp).

Con la firma di accordi regionali in tre dei cinque blocchi africani, la maratona degli Epa, iniziata nel 2002, sembra avvicinarsi al suo rettilineo finale.

Epa si, Epa no
Gli Epa intendono mettere fine al sistema unilaterale di preferenze Ue-Acp, in favore di regimi ‘asimmetrici’ in base ai quali l’Ue garantisce accesso senza dazi e quote ai paesi Acp, ottenendo in cambio aperture e liberalizzazioni dei mercati Acp di minor portata (fino al 75%).

La base legale è l’accordo di partenariato Ue-Acp di Cotonou (2000), erede degli accordi di Lomé, che prevede la fine del pluridecennale regime preferenziale riservato ai paesi Acp, incompatibile con i dettami liberoscambisti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Per i fautori degli Epa tali accordi adatteranno le relazioni Ue-Acp alla realtà del commercio globale odierno, terminando discriminazioni verso paesi terzi e assicurando compatibilità con le disposizioni dell’Omc.

Per i detrattori, gli Epa avvantaggeranno solo l’Ue: se mal calibrate, le liberalizzazioni previste arrecherebbero danni irreversibili alle industrie nascenti in Africa.

L’impatto sul settore agricolo dei paesi africani è tutto da valutare: con l’eccezione di una nicchia di prodotti sensibili, gli Epa mettono i mercati africani davanti al rischio di invasione di prodotti agricoli europei a prezzi più bassi.

Tutto ciò metterebbe fuori gioco i produttori africani che farebbero più fatica ad entrare nel mercato europeo, considerate le barriere non tariffarie esistenti e la minor competitività dovuta anche alle sovvenzioni della contestata Politica agricola comune europea.

Per economie fortemente basate sull’agricoltura come quelle africane, l’impatto degli Epa sul commercio agricolo Ue-Acp è quindi un nodo centrale.

Epa in Africa, un percorso tortuoso
Se gli accordi Ue-Caraibi si sono conclusi rapidamente (2008), in Africa i negoziati Epa sono stati costellati di difficoltà riguardanti modalità, tempistiche, e grado delle liberalizzazioni, nonché la protezione di prodotti sensibili e le compensazioni per la perdita immediata delle entrate dei dazi doganali.

Per incentivare la conclusione di accordi definitivi, l’Ue ha concesso e poi esteso all’ottobre 2014 la Market Access Regulation che garantiva accesso senza dazi né quote ai prodotti dei paesi Acp firmatari di accordi ‘interim’.

Questa mossa è stata decisiva: nel 2014 sono stati conclusi accordi con tre blocchi africani: Africa occidentale (Ecowas), australe (Sadc) e orientale (Eac).

Nel 2015, con l’approvazione da parte dei Parlamenti nazionali e la ratifica dei rispettivi Capi di Stato, gli Epa dovrebbero finalmente entrare in vigore nei blocchi firmatari.

In Africa centrale e sud-orientale i negoziati sono invece ancora in corso a causa di spaccature interne ai blocchi. Per questi paesi il tempo stringe: nel 2015 è prevista la revisione quinquennale dell’Accordo di Cotonou e all’orizzonte incombono le trattative per un nuovo accordo-quadro Ue-Acp, vista la spada di Damocle della scadenza di Cotonou nel 2020.

Il tortuoso percorso dei negoziati Epa in Africa, costellato di incomprensioni, bizantinismi burocratici, ritardi strategici e deroghe non rispettate, ha a lungo costituito una spina nel fianco delle relazioni Ue-Acp.

Con il tempo i rapporti di forza sono però cambiati e le carte al tavolo dei negoziati si sono rimescolate. Se l’Ue è stata indebolita da una crisi interna acutissima, le economie africane hanno vissuto un periodo di forte espansione, sviluppo e accresciuto peso politico. Bruxelles, conscia di questi cambiamenti, è quindi passata da un atteggiamento intransigente a uno più flessibile improntato sulla logica del compromesso.

Apertura e protezione, un fragile equilibrio
Nel breve periodo l’implementazione degli Epa porterà con sé costi di adattamento e squilibri commerciali, ma una valutazione obiettiva sull’impatto di accordi di questa portata deve fondarsi su un’ottica di medio e lungo termine.

Allo stato attuale esprimere giudizi di merito risulta difficile, vista la pluralità delle variabili in gioco e l’incertezza in merito alle modalità di implementazione. Certo è che l’insostenibilità di regimi commerciali preferenziali unilaterali in un panorama globale caratterizzato da economie sempre più interdipendenti e aperte è un fatto assodato per molti.

Il mancato adeguamento del commercio Ue-Acp alla geografia economica contemporanea sarebbe politicamente miope per entrambi.

I paesi africani in procinto di implementare gli Epa hanno però economie fondate sull’esportazione di materie prime. Quasi nessuno esporta quei prodotti semi-lavorati o finiti, nei quali risiede il surplus economico maggiore e che garantiscono ritorni positivi dal libero scambio con altri blocchi.

Nella storia economica moderna, le più durevoli esperienze di crescita e sviluppo su scala regionale (industrializzazione in Europa nel diciannovesimo secolo e ‘East Asian miracle’ nella seconda meta del ventesimo)sono state caratterizzate da una fase iniziale di protezione commerciale di settori strategici.

Questo ‘farsi le ossa’ predispone un’economia ad affrontare i mercati globali con i dovuti anticorpi. In assenza di ciò, per paesi con strutture economiche poco diversificate – e quindi molto vulnerabili – le aperture previste dagli Epa potrebbero diventare un vero e proprio salto nel buio.

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