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Relazioni Usa-Israele

L’errore di hubris di Netanyahu

1 Mar 2015 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Uno dei segreti di Pulcinella della politica internazionale riguarda le relazioni personali tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

I due, per dirla senza tanti giri di parole, si detestano. Per anni hanno però mantenuto le loro differenze nell’ambito del legittimo disaccordo tra governi amici.

Questo è cambiato quando Netanyahu ha accettato l’invito di John Boehner, il presidente della Camera dei rappresentanti Usa, a parlare di fronte al Congresso riunito.

L’amministrazione Obama ha smesso di recitare il rituale ritornello secondo cui le divergenze tra Casa Bianca e governo israeliano riguardavano solo questioni secondarie. Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale Usa e fedelissima di Obama, non ha usato mezzi termini: il discorso di Netanyahu al Congresso potrebbe avere un effetto ‘devastante’ sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele.

Nucleare, il pomo della discordia tra Obama e Netanyahu
Dietro al livore dell’amministrazione Obama ci sono diverse ragioni. La prima è che il discorso di Netanyahu costituisce una rottura senza precedenti del protocollo diplomatico. L’invito al premier israeliano è stato infatti orchestrato da Boehner e dall’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, senza nemmeno informare la Casa Bianca.

In secondo luogo, l’amministrazione Obama ha rimarcato l’inopportunità di dare a un capo di governo straniero il palcoscenico del Congresso degli Stati Uniti nel mezzo di una campagna elettorale – gli israeliani infatti voteranno un nuovo parlamento il 17 marzo.

Questo è anche il motivo ufficiale con cui Obama ha motivato la sua scelta di non incontrare Netanyahu durante la sua permanenza a Washington.

Il vero pomo della discordia è che Netanyahu userà l’occasione per condannare senza mezzi termini il tentativo di Obama di raggiungere un accordo con l’Iran sulla questione nucleare, ovvero l’iniziativa di politica estera di maggiore profilo del presidente statunitense.

L’accordo, dirà Netanyahu, non s’ha da fare. Secondo il premier israeliano, Obama si illude se crede di potersi fidare del regime clericale iraniano.

Non c’è alcun dubbio che Netanyahu veda più di un parallelismo tra sé e l’unico altro capo di governo a cui è stato concesso l’alto privilegio di rivolgersi direttamente al Congresso Usa, Winston Churchill, per ben tre volte.

Così come Churchill fu il più aspro critico dell’appeasement nei confronti di Hitler, Netanyahu si vede come l’ultimo argine prima di un nuovo ‘accordo di Monaco’ che lasci mani libere a un regime ostile agli ebrei (nonostante l’Iran si definisca antisionista, ma non antisemita; in realtà in Iran vive una piccola comunità ebraica che ha anche diritto ad una rappresentanza parlamentare).

Alleati di Netanyahu a Washington
Netanyahu può contare su alleati potenti a Washington. Il primo e più importante è il partito repubblicano che controlla entrambi i rami del Congresso. Boehner, che presiede la Camera dei rappresentanti dal 2010, ha apertamente ammesso che l’invito a Netanyahu sia un modo per mettere in imbarazzo Obama.

Israele gode anche di ampio sostegno nei media statunitensi e di diffusa simpatia popolare. Mobilitare l’opinione pubblica contro l’accordo è l’obiettivo di Netanyahu e dei repubblicani.

Netanyahu non ha però solo amici. Agli occhi dei critici, il premier israeliano ha commesso un imperdonabile errore di hubris le cui ricadute sulle relazioni tra Israele e Stati Uniti potrebbero essere nefaste.

Nel merito, Netanyahu sta condannando un accordo i cui contorni non sono stati ancora definiti. Come ha ricordato il segretario di stato Usa, John Kerry, Netanyahu aveva criticato anche l’accordo ad interim raggiunto con l’Iran a fine 2013 come un ‘errore storico’.

Eppure, l’opinione generale oggi è che quell’accordo abbia congelato i progressi in campo nucleare dell’Iran e di conseguenza servito gli interessi di sicurezza di Israele. Netanyahu, ha sostenuto Kerry, si era sbagliato allora e potrebbe avere torto anche oggi.

La forma dell’intera operazione ha però destato sconcerto. Negli Stati Uniti non mancano i critici della politica verso l’Iran di Obama. Per molti osservatori, qualunque sia la loro posizione sul negoziato con l’Iran, ricorrere a un capo di governo straniero per fare pressione sul presidente degli Stati Uniti equivale a subordinare il prestigio presidenziale (e quindi nazionale) a un interesse di parte.

Democratici in imbarazzo
Accettando l’invito di Boehner, Netanyahu ha consapevolmente messo in imbarazzo i democratici, costretti a schierarsi a favore di un presidente del loro stesso partito o di Israele.

Come se non bastasse, Netanyahu ha anche declinato l’invito da parte della leadership democratica del Congresso a un incontro a porte chiuse. Di conseguenza, almeno trentasette democratici hanno deciso di seguire l’esempio del vice-presidente Joe Biden e boicottare l’evento.

Così facendo, Netanyahu ha non solo imbarazzato i democratici. Ha anche ridotto le chance che questi si accodino ai repubblicani e votino subito, senza cioè aspettare l’esito del negoziato, nuove sanzioni contro l’Iran in numero sufficiente da rendere invalido il veto presidenziale.

L’ironia della vicenda, quindi, è che l’effetto del discorso di Netanyahu sul negoziato iraniano sarà nullo o addirittura controproducente.

Più difficile prevederne l’impatto sulle relazioni tra Usa e Israele. I due paesi sono legati da decenni di amicizia e le cose non cambieranno drasticamente. Da martedì prossimo in poi Israele farebbe però meglio a non dare più per scontato l’ampio e quasi acritico sostegno bipartisan di cui ha sempre goduto a Washington.

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