IAI
Transnistria

Le spine della sicurezza e dell’economia

21 Mar 2015 - Mirko Mussetti - Mirko Mussetti

La presenza di “peacekeeper” russi in Transnistria, territorio moldavo filo-russo autoproclamatosi repubblica indipendente, non è vista di buon occhio dal governo della confinante Ucraina, che teme mosse militari da parte della Russia a danno della propria sicurezza nazionale.

Tale timore induce Kiev ad attuare misure di sicurezza sui confini transnistriani, come la costruzione di trincee (dall’estate scorsa) e il più recente dispiegamento della Guardia Nazionale e di volontari esperti (ed infiltrabili) già combattenti nel Donbass.

Tali azioni nascono dalla convinzione che la Transnistria possa costituire una minaccia militare per l’Ucraina.

Problemi di sicurezza della Transnistria
In realtà, non prendendo in considerazione i veterani riservisti della guerra del 1992, le truppe presenti nella regione non superano le 1.500/2.000 unità, sono tatticamente e logisticamente isolate, impossibilitate ad effettuare un normale e regolare ricambio degli effettivi e, soprattutto, vincolate al proprio primario obiettivo strategico (difesa di postazioni, obiettivi sensibili, armerie): ingenuo pensare che possano condurre operazioni militari sul territorio ucraino.

È molto più naturale, invece, che sia la Transnistria a sentirsi minacciata e privata di un supporto difensivo adeguato da parte della Russia, per l’isolamento logistico della regione. Anche per questo, i “peacekeeper” russi sono impegnati da mesi in massicce esercitazioni, l’ultima delle quali può considerarsi preparatoria a scenari tipici di una guerra ibrida (esercitazione di piccoli gruppi tattici).

I problemi della sicurezza s’inseriscono in un contesto economico già inizialmente non florido e che, a partire dall’agosto 2014, va sensibilmente peggiorando, come ammette la stessa premier Tatiana Turanskaya.

Ciò è dovuto principalmente alla vicina crisi ucraina e alle misure commerciali e di sicurezza adottate dal governo di Kiev nei confronti della regione: annullamento dei contratti (energia elettrica, cemento, acciaio), aumento dei controlli alla frontiera e una campagna mediatica che mette in cattiva luce l’economia locale, scoraggiando di conseguenza i partner ucraini dall’intrattenere rapporti commerciali.

A questo si aggiunge ovviamente il pesante deprezzamento del rublo russo che di fatto mette i produttori transnistriani nella condizione di non poter esportare con profitto né in Russia né in Ucraina.

Lo stesso ricchissimo oligarca russo Alisher Usmanov ha lasciato la Transnistria e i propri interessi legati alla metallurgia e al cemento, cedendo a gennaio le proprie quote direttamente alle autorità di Tiraspol e lasciando in seria difficoltà l’economia della città di Ribnita.

La crisi economica
Il governo sta cercando di difendere il rublo transnistriano impedendone il cambio valutario, vietando l’uscita della moneta dai confini nazionali e cercando di dotarsi di valuta forte (euro e dollari americani), abbandonando quindi la vecchia e ricorrente idea di adottare il rublo russo come moneta nazionale.

Il deprezzamento del rublo russo nei confronti del rublo transnistriano rende più costoso il sostegno all’economia locale da parte della Russia, che di recente ha rifiutato per la prima volta di concedere un modesto aiuto (pari a circa 100 milioni di dollari) al governo di Tiraspol, non garantendo più l’integrazione in rubli russi alle pensioni sociali.

La stessa Gazprom, pur non sollecitandone il pagamento, vanta crediti nei confronti di Tiraspol pari a circa 5 miliardi di dollari dovuti alle forniture di gas erogate nel corso degli anni.

La legge finanziaria 2015 prevede uscite quadruple delle entrate e in assenza di un aiuto economico da parte della Russia il governo di Tiraspol sarà costretto a operare drastici tagli alla spesa sociale, licenziamenti in massa, aumenti delle tasse e introduzione di nuovi balzelli.

Le già bassissime pensioni sono state dimezzate e l’erogazione degli stipendi ai dipendenti pubblici è attualmente garantita solo a Tiraspol, Dubasari e Ribnita.

La crisi ucraina comporta pesanti contraccolpi sul sistema economico e sociale dell’autoproclamato stato separatista e genera diffidenza, incrementando ulteriormente l’isolamento che da oltre 20 anni contraddistingue la regione.

La desolante situazione economica può, infine, innescare un pericoloso malcontento sociale potenzialmente aggravato da divisioni etnico-linguistiche su cui movimenti politici ultranazionalisti potrebbero irresponsabilmente giocare.

Lo sa bene il governo di Tiraspol che teme infiltrazioni esterne e che pertanto aumenta i controlli alle proprie frontiere sia orientali che occidentali e riorganizza l’organico dei propri servizi informativi e di sicurezza.

Come lo sa bene il governo di Kiev che teme un attivismo terroristico nella provincia di Odessa; e lo sa bene il governo di Chisinau, che non può chiudere le frontiere (significherebbe riconoscere indirettamente la sovranità di Tiraspol), ma è in costante apprensione per la propria popolazione residente nella regione.

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