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Calo del prezzo del petrolio

Il gattopardo saudita e il mercato del greggio

22 Mar 2015 - Andrea Bonzanni - Andrea Bonzanni

Nel susseguirsi di notizie negative che stanno sconvolgendo lo scacchiere geopolitico, ve ne è una che va controcorrente: lo spettacolare tonfo nelle quotazioni dell’oro nero, che a gennaio ha toccato quota 47 dollari al barile solo in parte temperato dal rialzo intorno ai 60 dollari registrato nelle ultime settimane.

Illustri macroeconomisti hanno argomentato come un greggio a buon mercato possa rilanciare produzione industriale e domanda interna. Vi è inoltre consenso sul fatto che il petrolio basso stia riducendo ulteriormente le già deboli pressioni inflazionistiche, regalando alle banche centrali maggiori margini per attuare una politica monetaria espansiva.

Analisti geopolitici evidenziano come l’attuale congiuntura sui mercati energetici limiterà il raggio d’azione di regimi spesso problematici sullo scacchiere internazionale (Iran, Venezuela e Russia su tutti). Essa ridurrà anche il flusso di denaro legato al complesso, ma reale, legame tra rendite petrolifere e finanziamento dell’islamismo radicale. Indubbiamente buone notizie per un Occidente importatore cronico e in difficoltà con diversi paesi produttori di petrolio, soprattutto nel mondo islamico.

Arabia Saudita tiene bassa l’asticella del prezzo
Pecca però di eccessivo ottimismo chi vede nel crollo dei prezzi una capitolazione dell’Opec e un’inversione strutturale dei rapporti di forza tra produttori e importatori.

Infatti, se il trend ribassista è da attribuire in primo luogo all’eccesso di offerta sul mercato fisico, la sua tempistica ed entità sono state influenzate in maniera fondamentale dalle mosse del blocco di paesi dominanti all’interno dell’Opec, saldamente guidato dall’Arabia Saudita.

Spalleggiati dagli alleati del Consiglio della cooperazione del Golfo, Ccg, (Kuwait, Qatar, Emirati, Bahrain e Oman), i principi sauditi hanno infatti accentuato il crollo delle quotazioni rifiutandosi, con il barile già sotto agli 80 dollari, di annunciare un taglio della produzione al vertice Opec del 27 novembre scorso.

L’Arabia Saudita ha tenuto un tale atteggiamento nonostante un intervento fosse pienamente giustificato dalla situazione di mercato e richiesto quasi disperatamente da una fetta significativa di paesi Opec (Iran, Venezuela e Nigeria in primis) nonché da altri importanti produttori come Messico e Russia che partecipavano al vertice.

La mossa è stata poi puntellata il mese successivo dalle dichiarazioni del ministro del petrolio Ali al-Naimi sulla possibilità di un petrolio a 20 dollari.

Shale, una vittoria di Pirro?
La narrativa trionfalista della ‘vittoria energetica’ dei trivellatori a stelle e strisce che spodestano gli sceicchi nel dominio del mercato petrolifero nasconde dunque una realtà meno piacevole. Il settore shale americano avrà pure sostituito il gigante saudita Saudi Aramco nel ruolo di “swing producer” in grado di influenzare le quotazioni, come argomenta Alan Greenspan sul Financial Times. Una cosa però è essere swing producer per scelta, lasciando strategicamente fuori dal mercato fette consistenti della propria capacità produttiva (come fanno i sauditi da almeno 30 anni), un altro è esserlo per necessità, in quanto la propria produzione oscilla costantemente attorno alla soglia della profittabilità in uno scenario di estrema volatilità dei prezzi.

Per la schiera di produttori indipendenti del Texas o del Nord Dakota un barile intorno ai 50-60 dollari significa flirtare con la bancarotta, soprattutto quando scadranno i contratti di hedging firmati per coprire la produzione dei prossimi uno o due anni.

Una tale condizione non potrà che portare a un ridimensionamento della produzione a stelle e strisce, nonostante i dati più recenti ancora non segnalino un calo dei volumi estratti.

Le formazioni geologiche scistose (shale), da cui proviene gran parte dell’incremento del 65% nella produzione del petrolio americano negli ultimi cinque anni, necessitano di continui investimenti in nuove trivellazioni per mantenere i livelli di attività attuali, ma l’afflusso di liquidità dai mercati finanziari – complice anche l’annunciata fine del quantitative easing promosso dalla Fed – rischia di affievolirsi. E senza capitali si svuoteranno anche i treni e gli oleodotti che trasportano il greggio americano verso le raffinerie del Golfo del Messico, non a caso – come ha mostrato Bassam Fattouh dell’Oxford Institute of Energy Studies – le destinazioni preferite per il greggio saudita prima della shale devolution.

Geopolitica dell’abbondanza saudita
Nel lungo periodo, inoltre, è difficile immaginare che i paesi del Golfo e i membri delle loro numerose famiglie reali si accontentino di vivere in un mondo di petrolio a buon mercato, privandosi dei lussi e dei privilegi globali che hanno saggiato durante l’ultimo commodity boom.

Anche questa volta l’Arabia Saudita avrebbe a disposizione le armi per invertire la tendenza: basterebbe diminuire la produzione, cosa che si è rifiutata di fare al vertice Opec di novembre. In presenza di un segnale opposto, i capitali finanziari potrebbero rientrare rapidamente sul mercato dei futures con aspettative rialziste, in un remake del rialzo del 2009-2010 dopo il crollo di fine 2008.

Nulla di nuovo da Ryad: la nuova “geopolitica dell’abbondanza” assomiglia molto a quella vecchia.

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