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Orizzonte Cina

I cinesi d’oltremare che lasciano il ‘sogno italiano’

24 Mar 2015 - Daniele Brigadoi Cologna - Daniele Brigadoi Cologna

Sul ponte di Tashan, lungo la statale 330 che dalla città di Wenzhou porta a Qingtian, storico focolaio di emigrazione dalla Cina verso l’Europa, campeggia una grande scritta in lettere alfabetiche gialle su fondo blu cielo.

Il messaggio è ripetuto per tre volte, nelle diverse lingue dei paesi che oggi ospitano le maggiori collettività di cittadini della Repubblica popolare cinese (Rpc) in Europa: italiano, spagnolo e francese.

Tra foglie cadute e testuggini marine
Quella italiana recita: “Benvenuto al distretto cinese d’oltremare Qingtian”, ma è la versione francese che svela il senso vero di questi cartelli: “Bienvenue a Qingtian aux Chinois d’outre-mer”.

Il benvenuto è diretto, infatti, alle “foglie cadute che ritornano alle radici” e alle “tartarughe marine” (gioco di parole sul diverso significato di termini omofoni: “coloro che tornano da oltremare”/“testuggini marine”), ovvero agli emigranti e agli studenti o specializzandi che scelgono di tornare alla madrepatria dopo aver fatto fortuna o essersi formati all’estero. Sottinteso: emigranti che tornano al “paese degli antenati” per investirvi capitali, idee e competenze accumulate altrove.

Lungo il corso degli anni Duemila, e con un’impennata significativa dal 2007 in avanti, una quota consistente di chi aveva lasciato la Cina per formarsi all’estero ha cominciato a tornare in patria.

Lo hanno fatto soprattutto gli individui più qualificati o in corso di alta formazione, ma il fenomeno ha gradualmente investito anche i migranti a bassa qualificazione trasferitisi in Europa.

I primi indubbiamente sedotti dalle migliori prospettive di crescita e di carriera offerte da uno dei pochi contesti internazionali ad alta resilienza, dopo che la crisi finanziaria internazionale ha cominciato a farsi sentire in tutto l’Occidente e oltre.

I secondi, invece, in parte attratti dalle opportunità di investimento e speculazione offerte dalla vitalità del mercato cinese, in parte perché ormai disillusi rispetto alle possibilità di fare fortuna nei paesi europei di maggior insediamento cinese.

L’emigrazione dal Zhejiang ha conosciuto il primo picco proprio pochi anni prima dello scoppio della crisi. In Italia, ad esempio, i flussi più consistenti si sono avuti negli anni 2003, 2004 e 2005, per lasciare poi il posto a incrementi decrescenti fino a un nuovo picco negli anni 2009, 2010 e 2011, cui è seguita una fase di contrazione degli ingressi tuttora in atto.

Dal 1994 al 2013 complessivamente 12.061 persone hanno fatto ritorno in patria. Oltre il 60%di questi ritorni si è verificato negli ultimi cinque anni. Certo, non sono poi molti: rapportati ai 256.846 cittadini cinesi residenti in Italia nel 2013, è un modesto 4,7%, che senza dubbio raccoglie anche molti anziani desiderosi di trascorrere il crepuscolo delle proprie esistenze nel paese natale.

Visitando i contesti di origine, tuttavia, non si può non restare colpiti dalla frequenza con cui ci si imbatte in persone giovani che dichiarano di essere tornati in Cina dopo aver trascorso periodi relativamente brevi in Italia.

Nelle cittadine di media grandezza i “ritornati” sono persone di età inferiore ai trentacinque anni: in questi contesti urbani, tuttora pervasi da un certo fervore commerciale, queste persone svolgono mestieri (tassisti, portieri d’albergo, commessi) che fino a metà degli anni Duemila erano più spesso riservati a migranti interni.

I più avventurosi aprono piccoli esercizi commerciali, negozi di abbigliamento o bar “in stile italiano”. Quelli che in Italia hanno fatto fortuna sul serio tendenzialmente si dedicano all’import-export, o si cimentano in arditi progetti di speculazione immobiliare.

L’Europatown di Tonglu
Un buon esempio è il progetto “Italia in Tonglu”, recentemente presentato presso la Camera di commercio italo-cinese da Jiang Wenyao (Oscar Jiang), presidente dell’Associazione generale del commercio diQingtian in Italia.

Tonglu è una “cittadina modello”, a un’ora d’auto dalla capitale del turismo interno cinese, Hangzhou. Il progetto – in cui si è impegnata una cordata di imprenditori transnazionali originari di Qingtian e residenti in Italia – prevede la realizzazione di una “Europatown”, un quartiere che amalgami in un ibrido esotizzante parchi a tema, centri commerciali, hotel di lusso, spa resort e casinò d’ispirazione europea.

China European City, infatti, si presenta come un insieme coeso di edifici costruiti in modo da emulare i tratti caratteristici del borgo italiano tipico, ma con un tocco di gigantismo alla cinese (la piazza, il campanile, i portici…). L’impatto estetico del rendering del progetto sull’osservatore europeo è straniante: un bizzarro esempio di esotismo occidentalista, ma sul consumatore cinese benestante – assicurano i proponenti – l’effetto è di grande seduzione.

Per tutti quei cinesi che non possono o non vogliono recarsi all’estero, questo surrogato offrirà le medesima opportunità di acquistare i grandi marchi europei, mangiare e bere all’europea, andare all’opera o a un concerto, per poi svagarsi all’ombra di cupoloni brunelleschiani e colonnati simil-Bernini. L’area coinvolta è di 400 mila metri quadrati, l’investimento è poco più di 420 milioni di euro (al cambio di gennaio 2015).

Se l’epopea italiana non decolla
Non è un caso che a proporre questo tipo di iniziative siano migranti transnazionali che risiedono in Italia o in altri paesi europei, e non return migrants ristabilitisi in Cina.

Il fattore motivante del ritorno di questi ultimi – per quanto riguarda l’area storica di provenienza dei “nostri” cinesi – sembra essere piuttosto il crollo delle aspettative, la fine del loro “sogno italiano”.

Emigrati sull’onda dell’ultima grande sanatoria e dei primi decreti flussi, convinti di poter realizzare a breve termine quelle “epopee veloci” di riuscita economica che avevano portato molti migranti degli anni Ottanta e Novanta dalla condizione di lavapiatti a quella di proprietario di una trattoria nel giro di meno di dieci anni, sono stati colti in contropiede dall’impatto con le mutate condizioni del mercato del lavoro degli anni Duemila.

I loro coetanei rimasti in Cina hanno spesso carriere più rapide delle loro, che perseguono assieme ai propri amici e parenti, nei contesti in cui sono cresciuti. Quelli che raccontano la decisione di tornare dopo pochi anni in Italia lo fanno senza amarezza, contenti di essere tornati per tempo in un paese che sentono ancora in corsa, ancora capace di stupire il mondo e offrire loro una chance di realizzazione personale.

Un paese che, a differenza di chi li ha preceduti, sono ancora in grado di sentire proprio, in cui si sentono a casa. E in cui, conservando i legami familiari con l’estero, fare da snodo locale per le imprese di import-export gestite dai propri parenti in Europa, aprendo loro le porte del mercato cinese.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

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