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Medio Oriente

Nuovi equilibri in Medio Oriente?

4 Feb 2015 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Per la prima volta da molti anni un casco blu della forza di interposizione Unifil nel sud del Libano è stato ucciso nel corso di scontri. Chi, il 28 gennaio, ha cominciato a sparare in un’area rimasta congelata per decenni, all’incrocio tra Siria, Libano, Israele, chi si vuol colpire? E perché adesso?

La doverosa inchiesta dell’Onu farà il suo corso. Hezbollah avrebbe agito per ‘ritorsione’. Fin d’ora si può però registrare che nel Golan e dintorni non sono più due i protagonisti che si confrontano, la Siria di Bashar Al Assad ed Israele. Da mesi è entrata in campo la militanza jihadista di Al-Nusra e di seguito l’Iran a fiancheggiare Hezbollah che tradizionalmente presidiano il territorio. Il raid israeliano del 18 gennaio a Quneitra aveva colpito anche un ufficiale dei pasdaran iraniani.

Israele allarmato
Si è aperto così un ennesimo punto di confronto militare che allarma Israele soprattutto perché accompagnato da uno scenario politico particolarmente inquietante per Tel Aviv: l’approssimarsi di un accordo tra Iran e la compagine 5+1 sul nucleare, destinato a favorire una graduale riabilitazione dell’Iran.

E con essa nuovi equilibri nell’area mediorientale dal cui dosaggio potrebbe (teoricamente) sortire una stabilizzazione della medesima. Certo, non aiutano i conclamati propositi di esponenti della dirigenza iraniana di annientamento di Israele.

Per anni, Israele ha mantenuto un approccio relativamente prudente rispetto al ginepraio del travaglio mediorientale. Di fronte a un avanzamento dell’Iran sotto casa, la tentazione di Benjamin Netanyahu, comprovata da notizie di intelligence, è di optare per ciò che considera il male minore: Al-Nusra. Una forza combattente jihadista legata alla costellazione Al-Qaida. Una scelta abnorme e rischiosa, anche perché il potenziale di Al-Nusra è legato alle politiche di altri protagonisti regionali, in primis l’Arabia Saudita.

Iran
La strategia dell’Iran è del resto piuttosto chiara: sostiene da sempre la Siria di Assad e gli Hezbollah in Libano, è al fianco di Al-Abadi in Iraq, e degli Houti in Yemen che il 22 gennaio hanno costretto Mansour Hadi a un arretramento difficile da recuperare, e ora dichiara di voler armare i palestinesi di Cisgiordania come di Gaza: “Iran is on the march in Middle East”, secondo Dennis Ross; “Iran’s emerging empire”, secondo Krauthammer .

Taluni settori dell’intelligence statunitense non fanno mistero della propria insofferenza per le critiche degli ambienti repubblicani alla percepita e paventata linea del presidente Barack Obama sul nucleare e soprattutto per la narrativa di Netanyahu che li alimenta.

Si interrogano se opporsi a un accordo con l’Iran, che pure sta portando a un controllo delle sue potenzialità nucleari, o se insistere su nuove sanzioni che persino il Mossad considera controproducenti, o se infine lasciare semplicemente che il Congresso si faccia strumentalizzare ai fini della campagna elettorale di Netanyahu, possano essere accettati come forme estreme di patriottismo o non siano piuttosto un colpevole boicottaggio degli interessi nazionali Usa .

Gli Stati Uniti, si sottolinea, non hanno alcun motivo valido per entrare nella disputa tutta islamica tra sunniti e sciiti, devono praticare un approccio pragmatico, sostenere il presidente iraniano Rohani moderato contro le istanze estremiste e permettergli di uscire dall’isolamento.

E del resto, si afferma, l’Iran non va contro gli interessi statunitensi, al contrario, quando sostiene forze che lottano contro il sedicente “stato islamico”, Al-Qaida e affiliati, siano esse in Yemen o in Iraq o in Siria ivi incluso nel Golan. Pare dedursi che anche Assad, secondo queste fonti, non è più l’obiettivo primario da abbattere.

Cambio di guardia in Arabia Saudita
Che l’Amministrazione Obama punti, nella travagliata vicenda mediorientale, a ridisegnare l’equilibrio delle influenze bilanciando i due grandi protagonisti, Arabia Saudita e Iran, sembra precisarsi a misura del dilagare degli scenari di conflitto.

La repentina decisione di Obama di lasciare l’India in anticipo per recarsi a Riad ad incontrare la nuova leadership saudita, ivi incluso Mohammed Nayef – secondo nella linea del trono e noto per il suo approccio ‘security-first’- sarebbe stata intesa a ricostruire la forte partnership bilaterale – sanando le falle apertesi con l’11 settembre, con la revisione dei piani di attacco ad Assad, e non ultimo con il fiancheggiamento della prima ora dei Fratelli Musulmani in Egitto. Tale iniziativa serve anche a sensibilizzare la dirigenza saudita sulla lotta al terrorismo e allinearne più decisamente la condotta alle strategie della coalizione anti-IS da ultimo confermate alla Conferenza di Londra.

Parallelamente, Teheran offre la propria collaborazione a Riad per ‘consolidare la sicurezza e la stabilità regionale’. Saprà la nuova dirigenza saudita, ora alle prese con un complesso ricambio ai vertici, raccogliere la sfida? Per il momento, il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha deciso di rinviare la sua missione a Riad, difficile concordare l’agenda dei colloqui.

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