IAI
Libia, bilancio provvisorio

La diplomazia può giocare, ma deve fare in fretta

23 Feb 2015 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Come la principessa delle fiabe, sino a poco tempo fa l’Unione europea (Ue) è rimasta al verone, senza fare null’altro che aspettare, nella speranza, forse, che si presentasse un Principe Azzurro, sul suo bel cavallo bianco, pronto a liberarla, possibilmente senza contropartita e senza spese, dall’assedio minaccioso dei draghi.

Dalla tenaglia delle crisi alla presa di coscienza
Ci siamo ritrovati così chiusi in una tenaglia, minacciati a Nord Est dai sussulti dell’orgoglio nazionalista russo, insidiati a Sud da un terrorismo islamico sempre più insidioso e violento.

Due fattori hanno giocato in particolare a sfavore dell’Italia. Il primo: l’abitudine europea a considerare sempre di priorità maggiore quanto accade alle frontiere di Nord Est rispetto a ciò che avviene a Sud. Il secondo: che a complicare una situazione mediterranea già di per sé difficile contribuiscono ora flussi di migranti di dimensioni tali da divenire anch’essi, se non una minaccia perlomeno un grave problema.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni sembrano avere riscosso le coscienze, suscitando un allarme che è servito ad innescare un primo serio esame di situazione. Merito delle bandiere nere dell’Isis apparse a Derna e nella Sirte? Probabilmente.

In fondo i due migliori motori dell’Europa sono sempre stati la frustrazione e la paura e soltanto in momenti di particolare paura e frustrazione essa è riuscita ad aver ragione delle remore nazionalistiche dei paesi membri ed a fare decisivi passi avanti.

L’azione è per ora soltanto politica e diplomatica, mentre i tempi per un eventuale intervento militare non sono stati giudicati ragionevolmente maturi né alle Nazioni Unite né in Europa. C’ è stato, è vero , qualche primo tintinnare di sciabole. Persino a casa nostra, ove di solito qualsiasi soluzione politico/diplomatica, anche la più orrenda, è considerata migliore di ogni ipotesi di coinvolgimento militare.

Si è trattato probabilmente solo di ciò che gli addetti ai lavori chiamano “gesticolazione verbale”, o forse di una edizione italiana del “gioco dei due gendarmi “, quello cattivo e quello buono, ma in conclusione ha consentito di definire meglio la nostra posizione nei tre ambiti, delle Nazioni Unite, atlantico ed europeo, cui facciamo riferimento.

Per tacere poi del quarto ambito, quello di Santa Romana Chiesa, pure importante in situazioni che coinvolgono un’altra grande religione monoteistica, minoranze cristiane embedded nei paesi a rischio dell’oltremare ed il fenomeno della emigrazione che il Vaticano segue da vicinissimo e patrocina con vigore.

Il tempo per agire c’è
Sulla decisione di non ragionare subito in termini militari, come proponeva l’Egitto al Consiglio di Sicurezza, ma di continuare a valutare ciò che sta accadendo in Libia e di cercare nel contempo di far sedere intorno al medesimo tavolo i più rilevanti ed accettabili dei protagonisti locali hanno di sicuro influito anche gli avvenimenti degli ultimi giorni.

Da un lato la reazione egiziana, che rassicura sul fatto che, anche in assenza di un impegno delle Nazioni Unite, le forze libiche più moderate e meno discutibili dal punto di vista politico – vale a dire il Governo di Tobruk e le milizie del gruppo del Generale Haftar (Dignità) – non resteranno prive di un supporto esterno di fuoco nel caso in cui la situazione improvvisamente si aggravi.

Dall’altro l’attacco alle forze Isis condotto da una Brigata di élite delle milizie di Misurata. Una azione di cui per il momento è ben difficile valutare contorni, intensità e risultati ma che comunque evidenzia con estrema chiarezza come i signori della guerra libici non abbiano alcuna voglia di lasciarsi colonizzare dai neri drappelli del Califfo.

Nel loro insieme, questi fattori suggeriscono che, malgrado l’urgenza della crisi, resta comunque abbastanza respiro per compiere un ulteriore tentativo di trovare una soluzione “libica”, anche se da definire in ambito Nazioni Unite, con l’aiuto di un concerto di paesi – fra cui i membri dell’Ue dovranno assumersi un onere ed un ruolo rilevante – sino al suo consolidamento.

Per arrivare a conseguire un simile risultato bisogna però essere disposti ad impegnarsi con serietà, il che significa ad usare gli strumenti di volta in volta più adeguati al continuo mutare di un panorama per sua natura estremamente fluido ed a partire dall’idea di non lesinare sulle risorse anche se il processo di pacificazione dovesse nel tempo rivelarsi più costoso di quanto inizialmente previsto. Un incidente che si verifica con impressionante regolarità allorché si affrontano problemi di questo tipo.

Però bisogna fare sul serio e rapidamente
Lo abbiamo fatto in passato? C’è da dubitarne. Quando si è trattato di addestrare i soldati di quello che allora era il Governo regolare ed universalmente riconosciuto della Libia i numeri dell’operazione sono stati ridicoli, sia in assoluto che confrontandoli all’esigenza.

I grandi paesi hanno inoltre sempre cercato di non essere direttamente coinvolti in alcuna iniziativa, in maniera da non dover in alcun modo rispondere di eventuali prevedibili fallimenti.

Le stesse Nazioni Unite nel momento in cui hanno dovuto indicare un mediatore non hanno scelto un politico di vaglia e di peso, cui l’esperienza e le conoscenze maturate in una vita di incontri internazionali conferissero la necessaria personale autorevolezza. Si sono invece limitate a designare un diplomatico, cioè un funzionario, figura che per quanto brillante essa sia non è sinora riuscita ad adeguarsi al ruolo.

Lo faremo in futuro? C’è se non altro da augurarselo e di augurarsi altresì che almeno per una volta ci si muova con la dovuta rapidità.

Due gesti saranno indicativi. Il primo: la sostituzione dell’attuale mediatore con una figura politica di rilievo adeguato. Il secondo: l’assunzione da parte degli Stati Uniti di un atteggiamento più deciso di quello che essi hanno avuto sino ad ora. In fondo, se vogliamo parlare con sincerità e fuori dai denti, l’attuale destabilizzazione del mondo arabo islamico ha alla sua origine anche quindici anni di politica deludente e di guerre sbagliate degli Stati Uniti.

Se poi anche la Russia si decidesse a dare una mano, come sembra ora auspicare il nostro Presidente del Consiglio, tutto si rivelerebbe più agevole e forse il fatto di lavorare insieme a Sud ci renderebbe più facile trovare soluzioni concordate anche per il Nord Est europeo.Ma questa è tutta un’altra storia.

.