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Grecia e crisi ucraina

La Cancelliera pivot nelle partite europee

16 Feb 2015 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

“Temo di meno la potenza della Germania che non la sua inazione”. Così disse Radek Sikorski nel novembre del 2011 e l’affermazione fece scalpore, venendo dall’allora ministro degli esteri di quella Polonia che dell’“azione” del vicino tedesco ha conosciuto molti effetti nel corso della sua travagliata storia. E adesso?

Adesso due complessi processi negoziali, dai quali dipenderà molto dell’ordine europeo dei prossimi anni, sono in corso e resteranno di fatto aperti per un po’, al di là dei ricorrenti annunci di successo o di fallimento che i nostri mezzi di comunicazione sono ansiosi di darci ogni giorno. Orbene, in entrambi ricopre un ruolo centrale una Cancelliera tedesca che fino a ieri validamente contendeva al presidente statunitense il titolo di “leader riluttante”.

La posizione di Angela Merkel sarà centrale, ma non è facile. Per la portata intrinseca delle due crisi parallele, innanzitutto. In un mondo al contempo economicamente globalizzato e strategicamente frantumato è in questione la collocazione geopolitica dell’Unione europea (Ue) con i suoi confini e le sue zone-cuscinetto: oggi rispetto alla Russia, domani rispetto ad altri vicini non meno sgradevoli.

Integrazione Ue e alleanza con Usa
È in questione il processo di integrazione europea nel cuore stesso della zona euro, con un rischio di sfaldamento esteso al tutto, compresi i comuni valori fondanti, contestati all’interno da sciovinisti, xenofobi e populisti e all’esterno dallo zar moscovita che non a caso li sostiene.

Ed è in questione anche il rapporto di alleanza con gli Stati Uniti a fronte della più grossa sfida dalla fine della Guerra Fredda, sfida che si tenta di vincere con gli strumenti della cosiddetta “sicurezza ibrida”: economici,finanziari, informatici e di immagine anziché militari.

I due processi negoziali non son certo lì per risolvere tutte queste questioni, ma sono indicativi del percorso che si intende seguire per affrontarle. Percorso arduo, lungo il quale sappiamo in partenza che i successi saranno ambigui e insufficienti, mentre gli insuccessi rischiano di esser gravi e forse irreversibili.

Asse Partenone-Cremlino?
Contribuisce alle difficoltà dei negoziati la natura delle controparti, entrambe ostiche ancorché molto diversamente. Da un parte Vladimir Putin, un ex-Kgb incline alla menzogna e alla manipolazione dei fatti, e tuttavia oggetto di grande consenso nazionalista interno pur nella prospettiva di un drammatico impoverimento conseguente all’effetto combinato delle sanzioni economiche e del crollo dei prezzi del petrolio.

Dall’altra Alexis Tsipras, un ex-radical chic incline al populismo e al sinistrismo,che gode anch’egli di appoggi interni di tipo nazionalista, ma accompagnati, questi, dal desiderio di uscire da un drammatico impoverimento seguito alla lunga fase di vita vissuta al di sopra dei propri mezzi.

In base al principio che gli opposti si incontrano, entrambi hanno sventolato la possibilità di aiutarsi a vicenda, l’uno offrendo l’aiuto delle sue casse pur in via di svuotamento e l’altro cercando di indebolire l’arma delle sanzioni, l’unica di cui si può avvalere un’Europa saggiamente non bellicosa. L’ipotesi di un asse fra il Partenone e il Cremlino non è molto credibile, ma aiuta a vedere che il legame fra i due processi negoziali va oltre la contemporaneità.

Poi ci sono i compagni di viaggio. Giustamente Merkel, pur tenendo la crisi dell’Ucraina nell’ambito europeo, è volata a Washington, dove Barack Obama, finora provvidenzialmente incline alla cautela (dopo i disastri ereditati dall’aggressività del suo predecessore), è diviso fra la convinzione diffusa oltre-Atlantico che agitare la minaccia delle armi aiuta sempre la diplomazia e il ragionevole sospetto che almeno con Putin potrebbe non essere così.

Obama è però premuto da un Congresso dominato da repubblicani dal grilletto facile e poco inclini ad apprezzare il fatto che le sanzioni economiche contro la Russia costano agli europei più di quanto costerebbe loro inviare carichi d’armi a Kiev – letali o non che fossero.

Nella crisi con la Grecia, peraltro, il sostegno del Presidente Usa va alla flessibilità e alla crescita, quindi cade paradossalmente più dalla parte dei sostenitori di Tsipras, tradizionalmente anti-americani di sinistra o di destra, che da quella del rigido ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schoeuble, pur di antica fede atlantica. Ma nell’uno come nell’altro contesto le preferenze degli Stati Uniti non sembrano poter essere decisive.

Partita europea
La partita si gioca prevalentemente in Europa, dove il composito schieramento dei partner dell’Ue vede variamente divisi falchi e colombe, “flessibilisti” e “rigidisti” a seconda del processo negoziale considerato. La presenza del Presidente francese di spalla alla Cancelliera tedesca attorno ai bianchi tavoli di Kiev, Mosca e Minsk, e la distanza da essi del Primo Ministro britannico simboleggiano ad un tempo i pesi rispettivi e la disponibilità ad operare congiuntamente.

Così come l’assenza dei vertici dell’Ue (ma non l’Alto Rappresentante Mogherini che non è al livello dei capi di governo) simboleggia il prevalere dell’approccio intergovernativo su quello integrato. Le istituzioni comuni sono tuttavia la sede dell’altro processo negoziale, quello dell’area euro, dove tutti i partecipanti sono uguali in teoria, ma uno, per dirla con Orwell, è più uguale degli altri. La vera differenza sta nella presenza, qui, di un attore indipendente e a vocazione federale come la Banca centrale europea.

In verità, il nodo più difficile da sciogliere nello scenario di una Germania che esce dall’inazione sta forse proprio nella Repubblica federale stessa. Il ruolo centrale della Merkel discende meno dall’ambizione del personaggio e più dalla centralità – geopolitica nell’Eurasia e geoeconomica nell’Ue – riacquistata dallo stato tedesco, anche grazie a gentile concessione della Francia e della Gran Bretagna, avare di integrazione europea per miope fierezza nazionale.

Il problema è che la centralità stenta a prendere i connotati della leadership nell’operare della dirigenze tedesca, cioè lungimiranza e strategia. Per spiegarci, gli Stati Uniti hanno assunto la guida dell’Occidente nella seconda metà del secolo scorso non solo vincendo la guerra, ma anche lanciando il Piano Marshall.

La partita dell’Ucraina non si gioca solo nella guerra negoziale con Putin, ma nella capacità di far sorgere in quel paese uno stato e un’economia efficienti, per il che, calcola il finanziere Soros, ci vorrà almeno il decuplo delle risorse al momento contemplate.

E la partita della Grecia non si vince solo brandendo l’icona tedesca del bilancio virtuoso, che altrove, in assenza del forte avanzo commerciale, rischia di portare all’asfissia economica. Occorre alimentare con risorse un programma di uscita comune dalla recessione. Ma dai contabili che circondano la “leader riluttante” ci si può aspettare un Piano Marshall foss’anche in formato supermini?

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