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Industria della difesa

Finmeccanica, più concentrata, più competitiva, più magra

7 Feb 2015 - Michele Nones - Michele Nones

Il piano industriale di Finmeccanica presentato recentemente dall’amministratore delegato Mauro Moretti chiude un lungo capitolo della storia del principale gruppo industriale italiano nel settore delle tecnologie avanzate.

Già questo è un importante segnale rivolto al mercato, ai clienti, agli investitori e ai dipendenti. Per tre anni Finmeccanica è rimasta in mezzo al guado senza che nessuno definisse chiaramente la strategia del gruppo.

Il rischio era ormai quello che, anziché chiudere un capitolo per iniziarne un altro, alla fine si chiudesse la storia di Finmeccanica. In un mercato sempre più competitivo ritardi e incertezze diventano, infatti, un fattore di penalizzazione, soprattutto per le imprese meno forti.

Focus sul core business
Già da tempo il core business di Finmeccanica è rappresentato da aerospazio, sicurezza e difesa, inevitabile conclusione del processo di concentrazione della maggior parte delle industrie italiane dell’aerospazio e difesa iniziato nei primi anni Novanta.

Energia, impiantistica, trasporti, erano diventati corpi estranei (anche al di là dei costanti negativi risultati degli ultimi due). Erano, e restano, troppo piccoli per sopravvivere autonomamente. Di qui la necessità di trovare dei partner di mestiere che meglio li possano gestire e sostenere.

Su queste inevitabili cessioni si è però estesa a lungo l’ombra di un azionista pubblico che non ha saputo né dare chiare indicazioni strategiche, né scegliere su basi professionali i vertici, né assicurare l’autonomia e il sostegno necessari.

Nell’ultimo anno il vento è, per fortuna, cambiato: il rinnovamento governativo ha consentito quello aziendale e si sono potuti accantonare i vecchi tabù.

Va però anche riconosciuto che, con una inaspettata lungimiranza, governi e parlamento precedenti hanno lasciato in eredità al paese una normativa sul controllo degli investimenti nei settori strategici che sta risultando indispensabile per accettare l’intervento degli investitori esteri, gli unici interessati visto che non si vedono in giro “capitani coraggiosi” nazionali.

Un’unica impresa più competitiva
Un secondo importante e, invece, nuovo segnale è la decisione di concentrare le attività core in Finmeccanica, accorciando la catena decisionale ed eliminando duplicazioni gestionali e societarie.

Certo le diverse aziende del gruppo provengono da storie diverse e operano in segmenti di mercato diversi, ma un decennio (e a volte anche di più) poteva essere più che sufficiente per omogeneizzarle. Anche in questo caso resta il forte sospetto che, in realtà, la vecchia struttura sia servita soprattutto per garantire troppi dirigenti, consiglieri di amministrazioni, sindaci, consulenti, ecc.

Ancora più grave è l’articolata struttura del gruppo che ha portato a sovrapposizioni di attività e, in alcuni casi, persino a dannose competizioni infra-gruppo.

Il processo di concentrazione dell’industria aerospaziale e militare che si è sviluppato in tutto il mondo in questi ultimi venti anni è servito per rafforzare, ma anche per razionalizzare i grandi gruppi internazionali. Finmeccanica fino ad ora ha fatto la prima parte, rinviando continuamente la seconda. Ora può cominciare, con la consapevolezza che servirà una forte volontà per vincere ostacoli e resistenze.

Un terzo e altrettanto nuovo segnale è la decisione di rafforzare e concentrarsi sulle aree di eccellenza all’interno di aerospazio, sicurezza e difesa.

Finmeccanica ha un eccessivo ventaglio di prodotti: deve focalizzarsi su quelli più avanzati e competitivi. Il suo riferimento deve essere il mercato internazionale: quello nazionale non è più sufficiente e va, quindi, presidiato là dove vi sono programmi internazionali o prospettive di poter trovare clienti esteri.

Finmeccanica è un gruppo transnazionale con attività in Italia, Regno Unito e Polonia. Il mercato statunitense è, invece, completamente separato e anche i gruppi europei che vi operano lo fanno con una forte autonomia.

In quest’ottica la valutazione sull’opportunità di mantenere il controllo di Drs sarà presa successivamente, anche considerando i risultati dell’efficientamento in corso e il valore strategico dell’investimento.

Diverso il caso delle joint-venture europee a cui Finmeccanica partecipa. Potrebbero essere considerate strategiche se il paese le ritenesse tali e conseguentemente le alimentasse sostenendo la ricerca e sviluppo e la domanda istituzionale.

In caso contrario sarebbe preferibile utilizzarle per rafforzare e allargare le aree di eccellenza tecnologica che caratterizzeranno la Finmeccanica di domani. E’ una scelta che deve coinvolgere governo, amministrazioni e parlamento insieme a Finmeccanica, tenendo presente che la globalizzazione e l’aumento della competizione comportano che si possa rimanere player solo in poche attività.

Una Finmeccanica più etica
Finmeccanica nell’ultimo triennio ha tagliato molte spese inutili. Va, però, riconosciuto al nuovo vertice il merito di aver impresso un nuovo stile di lavoro e di rapporti col mondo esterno. Tutto questo, per altro, sta avvenendo in sintonia con il cambiamento in corso nell’intero paese.

Da questa nuova base si può ora partire per rafforzare nella nostra opinione pubblica e nei decisori politici la consapevolezza che Finmeccanica è un assett strategico per il nostro paese e che mantenere significative capacità tecnologiche e industriali consente di contribuire ad assicurare la sicurezza e la difesa della nostra società.

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