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Usa 2016

Obama, l’anatra zoppa che spiazza i repubblicani

3 Gen 2015 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Per i repubblicani statunitensi, sembrava spianata la via della Casa Bianca dopo la larga vittoria del 4 novembre nelle elezioni di Mid-term.

Invece, dentro il partito s’è già scatenata la corsa alla candidatura, che accentua divisioni e rivalità, soprattutto in assenza d’un ‘campione’ forte e riconosciuto: una decina almeno i pretendenti alla ‘nomination’, nessuno dei quali ha per il momento una visibilità nazionale.

I democratici, invece, sono più compatti e partono da meno lontano: due, massimo tre, i contendenti già emersi, profili forti e solida notorietà, l’immarcescibile Hillary Clinton, lo stagionato Joe Biden, la grintosa Elizabeth Warren.

Poi, c’è il fattore Obama, un fattore a sorpresa. Dopo il voto di Mid-term, il presidente era divenuto un’ameba politica, condannato a fare l’ ‘anatra zoppa’ nell’ultimo biennio alla Casa Bianca. Pareva persino fosse perseguitato da una ‘legge di Murphy’ applicata alla sua Amministrazione sui fronti della politica interna degli Stati Uniti.

Invece, a dicembre Barack Obama ha preso l’iniziativa, deciso a dettare lui l’agenda al Congresso che s’insedierà a gennaio, con maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato.

Obama, da ameba politica ad asso pigliatutto
Il presidente pareva ko, ma covava la metamorfosi. Prima, ha lanciato la riforma dell’immigrazione, con l’equivalente Usa d’un decreto legge, costringendo il Congresso, riluttante, ad occuparsene; poi, ha abbattuto il muro diplomatico delle relazioni con Cuba, passando al Congresso la patata bollente della fine dell’embargo.

L’opposizione repubblicana fa la voce grossa, ma su entrambi i fronti avrà problemi grossi a fare deragliare le iniziative presidenziali.

Obama accetta un compromesso sul bilancio che rinvia il rischio di uno ‘shutdown’ dell’apparato pubblico federale; colora in rosa l’economia americana 2015/’16 (“La rinascita è una realtà); gioca in chiave anti-repubblicana il rapporto del Senato sulle torture della Cia nella lotta al terrorismo; bacchetta sia la Sony che la Corea del Nord nella vicenda del film censurato dopo attacchi hacker; soprattutto, decide il disgelo delle relazioni con Cuba, dopo oltre 50 anni; e, da ultimo, ribadisce che farà il possibile per realizzare una delle sue prime promesse elettorali, chiudere Guantanamo, dove restano 132 detenuti ‘nemici combattenti’.

Insomma, il presidente ha di nuovo l’iniziativa; e ‘Natale alle Hawaii’ non diventa un cine-panettone per seppellirlo di risate.

Cuba, un assist ai repubblicani di Florida
La ripresa delle relazioni con Cuba è, in proiezione delle elezioni presidenziali del 2016, un assist fornito ad alcuni potenziali candidati repubblicani, in particolare a quelli che vengono dalla Florida, lo Stato degli esuli cubani anti-castristi, Jeb Bush e Marco Rubio.

Figlio di presidente e fratello di presidente, Jeb ha subito fatto sapere che si opporrà alla svolta nelle relazioni tra Washington e l’Avana. E il senatore Rubio giudica l’accordo tra Obama e Raul Castro “inspiegabile” e dice che cambierà idea solo quando Cuba diventerà una democrazia.

“Userò ogni strumento a nostra disposizione”, dice Rubio, pronto a ostacolare il finanziamento della futura ambasciata all’Avana e d’impedire la nomina dell’ambasciatore.

Nella corsa alla nomination, Rubio, di origini cubane e presto a capo della sottocommissione Esteri per l’Emisfero occidentale, è più indietro di Bush, ex governatore della Florida e moglie ispanica, che ha recentemente ammesso di riflettere alla candidatura per Usa 2016.

I segnali non mancavano. La resistenza della famiglia – scriveva la stampa Usa – si sarebbe allentata, i suoi consiglieri stanno assumendo nuovi collaboratori e – soprattutto – lui si è dimesso da tutti gli incarichi che ricopriva e ha perso nuotando sette chili in pochi mesi, perché la sua silhouette non ispirava dinamismo presidenziale.

Ma permangono incognite politiche: l’ultimo dei Bush si chiede se possa conquistare la nomination senza fare –troppe- concessioni all’ala più conservatrice del suo partito e restando il più possibile fedele alla sua linea, centrista e, quindi, potenzialmente capace di catturare l’elettorato moderato e indeciso. Jeb è, ad esempio, aperto al compromesso sulla riforma dell’immigrazione.

Identikit dei candidati Usa 2016
Nel tracciare l’identikit dei candidati alla nomination, bisogna proprio partire dalla loro capacità d’occupare il centro, tenendo al contempo unito e mobilitato il loro partito. Per i repubblicani è più difficile, perché loro sono una galassia di componenti, dove populismo del Tea Party e fondamentalismo degli evangelici hanno una forte capacità di mobilitazione, ma anche d’alienazione – dell’elettorato moderato.

Un altro fattore è che gli Stati Uniti si sono stancati d’un comandante in capo che tentenna più di quanto non decida. Nonostante la metamorfosi d’Obama, i democratici prenderanno sempre più le distanze dalla Casa Bianca nella corsa 2016.

I candidati potrebbero avere nomi antichi, se dovessero essere, com’è possibile, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato, ma soprattutto candidata alla nomination democratica battuta nel 2008 da Obama; e appunto Jeb Bush, il ‘cocco di famiglia’ destinato alla Casa Bianca da papà George, ma che nel 2000 si fece bruciare dal fratellone su cui nessuno in casa scommetteva un cent.

Bush e Rubio a parte, i repubblicani sono alla ricerca d’un leader: l’usato – più o meno – sicuro conservatore se ne sta per ora al coperto.

Chris Christie, governatore del New Jersey, Ted Cruz, senatore del Texas, Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, Sarah Palin, candidata vice-presidente 2008, Rick Perry, ex governatore del Texas, Mitt Romney, candidato presidente 2012, Paul Ryan, candidato vice-presidente 2012, Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania, giocano a nascondino e hanno tutti scheletri nell’armadio.

Si espone di più, confermando che negli Usa la politica è anche un affare di famiglia, ‘Rand’ Paul, senatore del Kentucky, un ‘conservatore costituzionale’, figlio del deputato repubblicano del Texas Ron Paul, un libertario che nel 2012 fu l’ultimo ad arrendersi alla nomination di Romney.

Nei prossimi mesi fioccheranno nomi nuovi. Ai repubblicani, manca una donna credibile. Dubito che possa esserlo Shelley Moore Capito, neo-senatrice della West Virginia, un colonnello che, quand’era ragazza, scuoiava il maiale.

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