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Louisiana, la roccaforte democratica che crolla

11 Gen 2015 - Daniele Fiorentino - Daniele Fiorentino

Con la vittoria del repubblicano Bill Cassidy in Louisiana sembra davvero che il tradizionale dominio democratico del sud sia definitivamente svanito.

È vero d’altronde che il partito sta attraversando una crisi più generale che ha messo in discussione anche stati più sicuri nel nord e nell’ovest del paese. Nel Novecento però i democratici hanno fatto del Sud la loro roccaforte per decenni, tanto da mettere in difficoltà non pochi presidenti del partito, spesso costretti a limitare le loro scelte in considerazione delle aspettative degli elettori bianchi di stati tradizionalmente segregazionisti e rurali.

A dicembre, la clamorosa sconfitta della senatrice democratica Mary Landrieu in Louisiana sembra aver fatto crollare l’ultimo bastione di un fortilizio ormai collassato, chiudendo definitivamente un ciclo iniziato con il cosiddetto compromesso del 1876.

All’indomani della Guerra civile e della Ricostruzione, i democratici concessero la vittoria nella contesa per la presidenza a Rutherford Hayes, sulla base di circa 20 voti elettorali contestati e nonostante Samuel Tilden avesse riportato il 50,9 % del voto popolare, a patto che il governo federale ritirasse il proprio controllo politico e militare.

Molti di quei voti erano del Sud e avevano consentito ai democratici di prendersi il Congresso con 178 rappresentanti a 106. Si chiudeva così l’epica contesa che aveva visto in Lincoln il convinto assertore di un’unificazione che faceva del partito repubblicano il campione dei diritti civili.

Dixiecrats
Da allora il partito dell’asinello dominò per un lungo periodo le elezioni nel Sud creando una “consituency” tanto resistente da limitare le opzioni di apertura e desgregazione prese in considerazione in successione da Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman e John Kennedy.

Addirittura, non soddisfatti delle scelte a loro avviso troppo aperte alle sollecitazioni del movimento dei diritti civili e della politica economica dei presidenti del loro partito, i “Dixiecrats”, i democratici del Sud, presentarono un loro ticket alle presidenziali del 1948 e del 1968.

Strom Thurmond nel ’48 prese più di un milione di voti aggiudicandosi quattro stati, mentre George Wallace, il governatore noto per la sua strenua difesa della segregazione, venti anni più tardi ne prese quasi dieci come indipendente, conquistando cinque stati. In entrambe le contese la Louisiana andò al terzo candidato.

I “Dixiecrats” rientrarono poi nel partito e lo stesso Thurmond rimase senatore per il South Carolina dal 1954 al 2003. Perfino due stati che in qualche modo hanno fatto eccezione sulla fedeltà agli organi centrali e sull’andamento delle sorti del partito, come la Louisiana e la Florida, hanno visto i propri rappresentanti democratici perdere progressivamente incarichi.

Tra il Sud e il Midwest
Dal 1877 il Partito Democratico ha vinto 31 delle 35 elezioni per governatore della Louisiana e quasi tutte le sfide al Congresso. Che cosa è successo dunque?

In realtà si è verificato un progressivo e più ampio spostamento delle fedeltà di partito tra il Sud e il Midwest, un tempo avanguardie della riforma, dove il progressismo e il New Deal attecchirono con maggiore efficacia, e dove il partito democratico finì per rappresentare speranze andate poi deluse.

Se a inizio Novecento i democratici rappresentavano ancora gli interessi agrari di certe regioni del paese, gradualmente quell’identificazione è andata perdendosi soprattutto grazie a un primo spostamento verso Nixon nel 1968 e in modo definitivo con Reagan e con l’affermazione di una nuova destra cristiana. Questo anche grazie al ruolo giocato dai cosiddetti telepredicatori nella seconda metà degli anni Ottanta.

A favorire questo passaggio da un voto massicciamente democratico al dominio dei repubblicani sono stati poi: la questione dei diritti civili, il peggioramento della bilancia economica in agricoltura e una progressiva marginalizzazione di quella che viene spesso definita America profonda e che coincide in buona misura con la “Bible Belt”.

Elettori etnici
Nelle ultime elezioni di mid-term anche alcuni gruppi di “elettori etnici” hanno preferito, almeno in parte votare repubblicano o rimanere a casa a seguito della delusione verso le politiche di Barack Obama e di un partito mostratosi troppo esitante di fronte alla determinazione delle frange più radicali del Grand old party, ovvero i repubblicani.

Questa è comunque una tendenza diffusa un po’ su tutto il territorio nazionale con picchi più evidenti nel meridione. Il futuro dei democratici in queste aree rimane potenzialmente nelle mani di minoranze, il cui numero è in crescita e che, se non troveranno risposte dal partito che tradizionalmente ne protegge gli interessi, potrebbero nuovamente allontanarsi o cercare riscontri nei repubblicani.

Anche se la stragrande maggioranza dei rappresentanti e dei senatori afro-americani, ispanici e asiatico-americani votano ancora democratico, senatori come Tim Scott, un afro-americano del South Carolina, e Marco Rubio, cubano-americano della Florida, rappresentano un segnale importante di un possibile cambiamento delle tendenze.

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