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Le Nazioni Unite sono un’istituzione necessaria

26 Gen 2015 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Meraviglia leggere su un giornale autorevole come il Corriere della Sera (Pierluigi Battista, “L’Aja e l’assurda liturgia dei processi anti Israele”, Corriere della Sera, 19 gennaio 2015) che le Nazioni Unite sarebbero un ente “faraonico, costoso e inutile”, che si è fatto umiliare in molte occasioni e che mette a capo degli organismi che dovrebbero difendere i diritti umani, stati, che invece ne sono i più biechi trasgressori.

Il lettore rimane poi esterrefatto se per argomentare il ragionamento, che è volto a dimostrare la faziosità della Corte penale internazionale (Cpi) per aver aperto un esame preliminare sui pretesi crimini commessi dagli israeliani nei territori occupati, si fa confusione tra gli organismi competenti o addirittura si risuscitano organi estinti.

Così si scambia la Cpi con la Corte internazionale di giustizia (Cig), che hanno in comune solo la sede nella stessa città (L’Aja), e la Commissione dei diritti umani (ormai defunta) con il Consiglio dei diritti umani, e così via.

La Corte internazionale di giustizia giudica solo controversie tra Stati, mentre la Cpi giudica gli individui responsabili di crimini di guerra, contro l’umanità, genocidio e, quando saranno soddisfatte le condizioni previste in un emendamento adottato qualche anno fa, anche il crimine di aggressione.

Il significato delle Nazioni Unite
Le Nazioni Unite non sono un ente inutile! Ovvio che un giudizio sbrigativo può essere il prodotto della visione che ciascuno di noi ha della comunità internazionale e dei rapporti intercorrenti tra gli stati membri, che sono disciplinati dal diritto internazionale.

È errato descrivere le Nazioni Unite come il governo mondiale e probabilmente i suoi critici hanno in mente questo modello. In una comunità anorganica, quale quella internazionale, le Nazioni Unite devono fare i conti con un modello di società che non è quello degli ordinamenti statali.

Ma sono l’unica istituzione che riunisce tutti gli stati, dove ci si può confrontare e discutere, il Parliament of Man come ha intitolato una sua opera lo storico Paul Kennedy, che nel 2006 dette questo titolo ad un volume sulle Nazioni Unite, che affronta i nodi dell’Organizzazione sotto un profilo eminentemente storico, risalendo al Congresso di Vienna e alla Società delle Nazioni.

Luci ed ombre
Esistono dei principi, che sono talvolta (o troppo spesso) trasgrediti, ma di cui occorre tenere conto, qualora non si voglia scadere nell’imbarbarimento nei rapporti tra stati. Tali principi sono scritti nella Carta delle Nazioni Unite o si sono venuti sviluppando con la prassi evolutiva.

Ne citerò soltanto tre: divieto dell’uso della forza, soluzione pacifica delle controversie internazionali, salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Uno dei successi principali delle Nazioni Unite è stata la codificazione del diritto internazionale. Basti pensare al diritto diplomatico e consolare, al diritto dei trattati, alla Convenzione sul diritto del mare, ai due Patti del 1966 in materia dei diritti umani. L’elenco potrebbe continuare.

L’altro successo è stato la decolonizzazione. I membri dell’Onu sono quasi quadruplicati dalla sua fondazione e l’organizzazione mondiale è stata certamente d’impulso alla realizzazione del principio di autodeterminazione dei popoli e all’abolizione del colonialismo.

Certo ci sono state e ci sono tuttora delle defaillances, in particolare per quanto riguarda il peace-enforcement. La mancata attuazione delle principali disposizioni del Capitolo VII della Carta ha impedito alle Nazioni Unite di realizzare il sogno di una comunità internazionale fondata sull’assenza di conflitti e la sconfitta e punizione dell’aggressore.

La prassi ha tuttavia originato la formula del peace-keeping che, quantunque imperfetta, ha contribuito a risolvere molteplici situazioni. È troppo facile enumerare solo gli insuccessi delle Nazioni Unite, tralasciando i successi.

Lo stesso peace-enforcement, incluso l’intervento umanitario, può essere fondato su un’autorizzazione data agli stati dal Consiglio di Sicurezza (Cds).

Lungi dal posizionarsi su una critica distruttiva del sistema, occorre operare affinché questo sia messo in grado di funzionare. Un tema ricorrente è attualmente quello degli stati falliti e del post peace-keeping/peace-enforcement.

È necessario che la , uno dei magri risultati finora ottenuti con i tentativi di riforma delle Nazioni Unite, sia dotata di reali risorse per consentire la ricostruzione del tessuto istituzionale nei territori in preda all’anarchia.

Corte penale internazionale
E veniamo alla Cpi, che tra l’altro non è un organismo delle Nazioni Unite. Sul punto si è già espresso sul Corriere del 23 gennaio, nella rubrica interventi e repliche, il giudice Cuno Tarfusser, Vicepresidente della Corte.

Per parte nostra, mentre ribadiamo le critiche già espresse in passato a questa Istituzione, vogliamo osservare come gli stati non membri abbiano poco titolo per criticare l’adesione palestinese allo statuto della Corte, con il pretesto che essa sia stata effettuata avendo di mira un fumus persecutionis nei confronti di Israele.

Il riferimento non è solo alle prese di posizioni israeliane, ma anche a quelle degli Stati Uniti che, pur non essendo uno stato parte, non sono alieni dal consentire che una situazione criminosa sia deferita alla Corte tramite il Consiglio di Sicurezza, purché i loro interessi non siano minimamente toccati.

Prova ne sia la risoluzione 1970 (2011), che ha deferito la situazione libica alla Cpi, impedendo tuttavia alla Corte di giudicare i cittadini degli stati non parti che avrebbero poi partecipato all’intervento militare autorizzato dal Cds.

In conclusione
L’Italia è diventata membro delle Nazioni Unite nel 1955 e quest’anno si appresta a celebrarne il 60esimo anniversario. Il nostro è uno degli stati fondatori della Cpi e qualche mese fa ha depositato la dichiarazione di accettazione obbligatoria della competenza della Cig, in coerenza con l’impegno assunto nel 2012 all’apertura della sessione autunnale dell’Assemblea Generale.

L’Italia aspira a divenire membro non permanente del Cds per il biennio 2017-2018. Il contributo italiano può essere indirizzato, insieme agli altri membri dell’Ue, inclusi Francia e Regno Unito membri permanenti del Consiglio, all’ambizioso compito della riforma del Cds e al miglioramento delle Nazioni Unite, un’istituzione tutt’altro che inutile!

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