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Tsipras alla prova dei fatti

Grexit? Non per necessità economica

27 Gen 2015 - Alessandro Giovannini - Alessandro Giovannini

Dopo la schiacciante vittoria di Syriza di domenica scorsa, la Grecia si sta ora dirigendo a passi sostenuti verso un governo anti-establishment guidato dal nuovo premier Alexis Tsipras, con la partecipazione dei Greci Indipendenti di Abel: un partito politicamente agli antipodi di Syriza, ma accomunato ad esso da un analogo rifiuto dell’austerità imposta dall’Ue e dal programma di aiuti finanziari sottoscritto nel 2010 con le istituzioni europee e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

In questo scenario, dibattere sulle ragioni, modalità e benefici di un default greco non appare più un mero esercizio intellettuale, quanto un’importante domanda di policy su cui ragionare per capire ciò che accadrà nelle prossime settimane e/o mesi.

La sostenibilità delle finanze pubbliche greche
Il rapporto debito pubblico/Pil della Grecia è attualmente pari circa al 175%: un valore minore del 230% del 2012, al di sopra di quel 120%, sopra cui il debito viene considerato difficilmente sostenibile.

Ma ciò che più rileva ai fini del dibattito attuale, è che questo risultato è stato raggiunto dopo cinque anni di politiche di dura austerity. Politiche che il voto greco ha inequivocabilmente rigettato, dal momento che il programma politico di Tsipras prevede in modo chiaro “la fine dell’austerità in Grecia”, come ribadito dallo stesso leader greco domenica sera.

Il grafico sottostante mostra, tuttavia, come nei prossimi anni già lo stesso piano della Troika preveda un graduale e discreto allentamento della politiche restrittive degli anni precedenti.

In termini di Pil, la pressione fiscale è destinata a ridursi gradualmente e anche la spesa pubblica rimarrà pressoché invariata.

Andando a leggere il dettaglio delle spese contenute nei documenti della Troika appare come le due voci di bilancio più calde politicamente (la spesa per oneri sociali e i sussidi alla popolazione) siano destinate a rimanere costanti attorno al 21% del Pil per tutti gli anni a venire. Il che equivale ad un aumento in termini nominali della spesa, dal momento che il Pil è destinato a crescere nei prossimi anni (dopo una crescita del 6.2% nel III trimestre del 2014 rispetto al trimestre precedente).

Figura 1. Le finanze pubbliche greche

Fonte: elaborazione su dati Commissione Europea.

Chi sono i creditori della Grecia?
Se questa è la situazione, però, è lecito domandarsi: è veramente così importante e necessario, per la Grecia, fare default sui debiti contratti con l’Europa e l’Fmi?

Il grafico precedente mostra come, rispettando le condizioni attualmente previste nel piano, negli anni a venire la sostenibilità delle finanze pubbliche greche appaia parzialmente assicurata: al netto della spesa per interessi (linea blu), le entrate sono maggiori dell’uscite, anche se (includendo gli interessi) la situazione è leggermente negativa.

Detto in altri termini, il debito della Grecia può gradualmente ridursi, a costo che la spesa per interessi non aumenti, anzi diminuisca leggermente.

Ma chi determina la spesa per interessi? I titoli relativi ai 320 miliardi del debito pubblico greco sono oggi ripartiti più tra i governi europei (62%, considerando sia i prestiti bilaterali che quelli del fondo salva-stati Mes), la Banca Centrale Europea (11%) e l’Fmi (10%).

Già nel 2012 Europa e Fmi avevano accordato una riduzione dei tassi di interesse su questo debito. Un’ulteriore riduzione sarebbe certamente possibile, e forse sarà una delle prime vie che verranno sondate nei colloqui tra il nuovo governo greco e la Troika.

Vale la pena tuttavia sottolineare, come tale spesa per interessi (la barra grigia del grafico precedente) è molto simile a quello che paga attualmente un altro paese europeo con un livello di debito molto più basso, l’Italia.

Perché mai quindi la Grecia dovrebbe fare default?
Se la spesa per interessi non rappresenta un problema economico così rilevante e le politiche di austerity non sono destinate ad inasprirsi nei prossimi anni (come invece è sempre successo negli anni precedenti), l’interesse della Grecia nel ristrutturare l’attuale debito sarebbe da ricercarsi soprattutto in una forte volontà politica di mostrare come il nuovo governo sia nettamente diverso da quelli precedenti. La volontà, cioè, di adottare politiche fiscali espansive e non conservative, ben distanti da quelle attualmente previste nei piani di aggiustamento.

Una ragione pienamente legittima e soprattutto legittimata dal recente voto democratico. Una ragione che, tuttavia,metterà la Grecia in una contrapposizione potenzialmente insanabile con il resto dell’Europa.

Anche ammettendo per un istante che la ridiscussione del debito avvenga di comune accordo senza far discendere da un evento così eccezionale la perdita totale del collante istituzionale che lega la partecipazione di uno stato Membro alla zona Euro, sarebbe davvero difficile per la Grecia attuare tali politiche espansive.

Anche in assenza della Troika, infatti, la Grecia dovrebbe comunque sottostare alle regole di bilancio europee che si applicano a tutti gli stati. Regole che, allo stato attuale, imporrebbero comunque alla Grecia un andamento del bilancio pubblico non troppo distante da quello attuale.

La piena adozione dei punti programmatici proposti dal neo capo di governo Alexis Tsipras, appaiono quindi condurre probabilmente verso un risultato: la ridiscussione dell’appartenenza della Grecia alla zona Euro.

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