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Medioriente

Dopo il voto, torna la protesta sciita in Bahrein

12 Gen 2015 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

L’arresto dello shaykh Ali Salman, segretario generale appena rieletto di Al-Wefaq, il principale movimento di contestazione sciita, sta riaccendendo le proteste popolari a Manama, che si susseguono dal 28 dicembre scorso.

Dopo le elezioni parlamentari e locali di novembre, le prime dalla rivolta del 2011, il re del Bahrein ha rinominato premier il 79enne Khalifa bin Salman Al-Khalifa che – oltre a essere suo zio – guida il governo dal 1970.

Una mossa che aiuta a comprendere il clima che ora si respira nell’irrequieto “cortile di casa” dell’Arabia Saudita. Mentre maggioranza e opposizione litigano sulla percentuale dei votanti, 52% per le fonti governative, appena il 30% secondo i dissidenti sciiti che avevano chiamato al boicottaggio, un dato è certo: i candidati indipendenti, filogovernativi, hanno conquistato la quasi totalità della Camera bassa.

Crollo dei “partiti”
Solo quattro dei 40 seggi della Majlis Al-Shura sono infatti stati assegnati alle cosiddette “società politiche” (i partiti sono vietati nelle monarchie del Golfo), due a Al-Asala, la Fratellanza musulmana locale, i restanti a minuscole formazioni salafite, Islamic Menbar e Al-Ratba.

Perché nel regno dove gli sciiti rappresentano il 70% circa della popolazione, Fratelli e salafiti sono alleati della famiglia reale sunnita. Trenta su quaranta deputati eletti nella Shura del Bahrein sono al primo mandato e solo dieci sono stati rieletti.

L’opposizione sciita ha contestato le recenti modifiche alla legge elettorale, che avrebbero accentuato la sovra-rappresentazione delle circoscrizioni vicine agli Al-Khalifa (sunnite) e la speculare sotto-rappresentazione di quelle critiche dello status quo (sciite).

Opposizione sciita
Dopo la dura repressione del 2011, Al-Wefaq ha ritirato i diciotto parlamentari eletti nel 2010 e scelto di boicottare queste elezioni.

Il Dialogo Nazionale, incaricato di trovare un punto di sintesi sulle riforme tra il governo e i rappresentanti dell’opposizione, è proceduto a singhiozzo, fra ultimatum e veti reciproci.

Pochi giorni prima del voto, la magistratura ha interdetto Al-Wefaq, decisione poi sospesa; le sentenze che hanno colpito gli Al-Khawaja – nota famiglia dissidente – e il raid della polizia nell’abitazione di shaykh Issa Qassim, guida spirituale della sollevazione sciita, hanno surriscaldato la scena pubblica.

Gli attentati contro le forze di sicurezza, da cui al-Wefaq ha preso le distanze, sono in crescita: la protesta anti-governativa sembrava invece aver perso numeri e appeal, fino all’arresto di Ali Salman.

Verso un esercito del Golfo
Come da tradizione, polizia ed esercito stanno arruolando numerosi pakistani, cui viene spesso concessa la cittadinanza (dunque il diritto di voto), nel tentativo di sigillare le forze di sicurezza dagli umori della piazza, provando a ridurre il divario fra sciiti e sunniti nel paese.

Non è un caso che il Bahrein sia il principale sponsor della trasformazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) in unione politica, ipotesi però lontanissima.

Nel summit di Doha del 10 dicembre scorso, i capi di stato del Consiglio hanno temporeggiato persino sulla creazione di un comando militare unificato, che pare comunque vicina: alla vigilia del vertice, nel corso di un’intervista al Financial Times, proprio il ministro degli esteri bahreinita Khalid Al-Khalifa aveva già dato per scontata la nascita di una forza integrata del CCG, con finalità difensive e anti-terrorismo.

Nel comunicato finale del summit, il Bahrein riesce a strappare il varo di un comando navale unificato al largo di Manama, di cui non vengono però forniti ulteriori dettagli. Comunque, prima degli sforzi d’integrazione militare sub-regionale, la decisione della Gran Bretagna di costruire una base militare permanente in Bahrein blinda la sicurezza del piccolo regno e, allo stesso tempo, mette a nudo la necessità costante di un fornitore esterno di sicurezza per l’intero Golfo arabico.

Bahrein, Usa e lotta allo Stato Islamico
Il Bahrein partecipa, con i suoi F-16, alla Coalizione a guida statunitense impegnata contro le postazioni, fra Siria e Iraq, del sedicente Stato Islamico (IS); l’appoggio di Manama, rimarcato nel corso della tradizionale conferenza dicembrina dell’International Institute for Strategic Studies (il “Manama Dialogue”)è soprattutto logistico, grazie alla presenza della V Flotta Usa.

Dopo le ambiguità del recente passato, ora gli stati arabi del Golfo temono i terroristi della rete dell’IS. Lo scorso novembre, un attacco attribuito allo Stato Islamico ha ucciso cinque fedeli sciiti all’uscita di una moschea nell’area di Al-Ahsa, regione orientale dell’Arabia Saudita (prevalenza sciita), a una manciata di chilometri dal Bahrein, dove la tensione inter-confessionale rimane pericolosamente alta.

Tuttavia, nel Palazzo di Manama, l’ala riformista degli Al-Khalifa, guidata dal principe ereditario Salman, e quella più intransigente dei Khawalids, presenti soprattutto fra Difesa e Forze Armate, stanno ancora giocando la loro partita di potere, allontanando così la definizione di una strategia che miri alla riconciliazione interna.

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