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Attentato alla redazione di Charlie Hebdo

Dell’intelligenza editoriale

21 Gen 2015 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

La lunga coda degli assassinii di Parigi continua a ricevere attenzione dai nostri media, principalmente in relazione all’attività delle forze di sicurezza contro la galassia dei potenziali nuovi terroristi.

Due altre conseguenze meritano tuttavia una riflessione: le ricorrenti manifestazioni ostili all’Occidente – Francia in particolare – nelle nazioni a forte componente islamica e le situazioni di disagio nelle comunità di immigrati mussulmani – soprattutto nelle scuole- che sono parte oggi delle nostre società.

Revival dello scontro di civiltà
La mobilitazione a favore della libertà di opinione nella manifestazione oceanica di Parigi e in quelle minori in varie altre città è stata una vittoria per i valori democratici, ma, come spesso succede alle espressioni di massa, ha comportato delle semplificazioni. È tempo di valutarle con equilibrio alla luce delle loro conseguenze per le piazze del Medio Oriente e per le periferie delle nostre città.

Conseguenze per noi occidentali, in primo luogo. Due tesi ricorrenti hanno trovato nuova popolarità grazie agli eventi parigini: quella della guerra globale al terrorismo di G.W, Bush e quella dello scontro di religione o di civiltà che ha genitori illustri come Oriana Fallaci e Samuel Huntington.

Sono tesi fuorvianti. Il terrorismo non è un attore politico, come deve essere un nemico, ma un metodo di azione politica, come è la guerra secondo l’insegnamento di von Clausewitz. Ora non si fa la guerra alla guerra (anche se certo pacifismo vorrebbe farlo). Il metodo terroristico è oggi prevalentemente usato dai jihadisti, ma come ben sappiamo ha avuto diversi cultori. E altri ne avrà.

Quanto alla guerra di religione, averla messa alle nostre spalle fa parte dello stesso patrimonio europeo celebrato sugli Champs Èlysées, quello illuminista. Come ha detto Amos Oz, “la piaga del ventunesimo secolo non è l’Islam, ma il fanatismo. Gli assassini di Parigi hanno molto più in comune con i cristiani violenti e gli ebrei razzisti che con i mussulmani pacifici”. Con lui, altri illustri commentatori hanno contestato la retorica dello scontro di civiltà, così come quella della guerra al terrorismo.

Etica della responsabilità
C’è un terzo effetto che merita considerazione e riguarda soprattutto noi europei. Ce ne offre lo spunto una certa differenza nelle valutazioni che delle vignette di Charlie Hebdo hanno fatto gli anglosassoni rispetto a quelle dei francesi, con gli italiani (e i cattolici) in posizioni miste fra le due.

La riserva dei primi a sentirsi impegnati nella difesa della libertà di espressione in forma di umorismo insultante non ha radici solo in un puritanesimo rispettoso, ma anche nell’abitudine di avere responsabilità internazionali, in ragione delle quali non ci si fa dei nemici inutilmente.

Subito dopo l’assalto al settimanale parigino, il direttore del Financial Times ha parlato di una sua “stupidità editoriale”, salvo poi togliere la frase dal testo pubblicato in linea con l’indignazione generale – le semplificazioni di cui sopra. Anche testate come il New York Times o il tedesco Die Zeit non sono state esenti da disagio nel dirsi solidali con i vignettisti.

La comicità dissacrante può essere sintomo di maggiore libertà, ma anche di minore responsabilità. I francesi dovrebbero fare una riflessione in proposito, e noi altri europei con loro. La fortuita contemporaneità delle vignette “blasfeme” di Charlie Hebdo e del libro di Michel Huellebecq dal significativo titolo“La sottomissione” (all’Islam) denota un misto di arroganza e di insicurezza.

Il successo personale che il presidente François Hollande ha tratto al momento dalla vicenda non deve nascondere che la posizione internazionale della Francia ne risente, e con essa il resto dell’Unione europea.

Islam e Occidente
Non minori sono le conseguenze di certe nostre semplificazioni per le dinamiche del mondo islamico, sia quello a noi esterno degli stati sia quello a noi interno dei cittadini immigrati. È sotto gli occhi di tutti come presso gli uni e gli altri la pianta del risentimento sia coltivata, in un terreno già reso propizio da altre circostanze, ai fini di alimentare il reclutamento degli estremisti in seno ad un Islam profondamente diviso.

Vi sono altri effetti importanti, quale il rendere ancora più arduo il compito dei pochi e sparsi riformisti, siano essi quelli politici e istituzionali della piccola Tunisia sopravvissuta al fallimento delle “primavere arabe” o quelli religiosi di un clero destrutturato e diviso alle radici.

Oppure offrire ulteriori spazi di ambiguità ai regimi più o meno autocratici che in qualche forma di alleanza sono collegati all’Europa e agli Stati Uniti. Ciò vale in particolare per le monarchie del Golfo, spesso fonte di denaro più o meno diretta per i gruppi jihadisti, ma sembra valere anche per una Turchia in via di allontanamento dall’ipotesi di integrazione con l’Europa.

Anche da parte musulmana vi sono semplificazioni strumentali, ovviamente. La lettura distorta dei testi per giustificare sotto forma di condanna religiosa atti, interventi e violenze che sono di potere politico, economico ed etnico ne è l’esempio più eclatante.

Alle luce della nostra storia occidentale non dovremmo faticare a capirlo. Questo però non ci esime dal valutare i limiti della convenienza e del rispetto dell’altro, che in una qualche misura l’altro stesso ha titolo di tracciare intorno a sé. Quando si visita una moschea ci si toglie le scarpe, non per sottomissione. Non è questione di censura, ma di “editoria intelligente”.

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