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Asia

Il risiko commerciale tra Cina e Usa

19 Dic 2014 - Nello del Gatto - Nello del Gatto

La corsa tra Cina e Usa per diventare prima potenza del mondo passa anche attraverso corridoi commerciali e accordi di libero scambio. Più che una relazione “win-win”, il rapporto “odio-amore” fra le due superpotenze richiama quella di due amanti che, soprattutto dal punto di vista economico, si prendono e si lasciano.

Gli avvicinamenti e gli allontanamenti che Cina e Usa hanno avuto negli scorsi mesi soprattutto sulla questione delle zone di libero scambio che si affacciano sul Pacifico mostrano da un lato l’interdipendenza mai realmente dichiarata, ma reale, delle due superpotenze, dall’altro la necessità di mostrare i muscoli per mantenere o conquistare le posizioni dominanti in un’area, come quella sud est asiatica e pacifica, strategica per una serie infinite di ragioni.

L’intenzione è soprattutto quella di sminuire la presenza preponderante dell’altro nella zona e nel mondo. Così tra i due grandi paesi si “gioca” da un lato a conquistare spazi e dall’altro a contenere quelli del “rivale”, su una scacchiera che vede spettatori numerosi altri paesi che devono scegliere se stare con i bianchi o con i neri.

Tpp Vs Ftaap
Il terreno ultimo di questo scontro diplomatico-commerciale – che si trascina da tempo, ma che ha avuto un picco allo scorso vertice Apec di novembre a Pechino – è la decisione dei due paesi di perseguire due distinte zone di libero scambio nelle medesime aree, giocando sulle rispettive alleanze e influenze sui paesi interessati.

Gli Stati Uniti da tempo lavorano al Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) che dovrebbe inglobare 12 paesi sulle due sponde dell’oceano Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Usa e Vietnam), escludendo la Cina.

Pechino, dal canto suo, lavora alla realizzazione della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l’accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell’Asia-Pacific cooperation (Apec).

Tra questi paesi, ci sono anche gli Usa che nel 2009 (quattro anni dopo l’inizio dei colloqui) entrarono nella Tpp con l’idea di contenere la Cina.

L’area coperta dalla Ftaap (esclusi gli Stati Uniti) ospita il 35% della popolazione mondiale e genera il 34% del Pil; in caso di successo, la Tpp ingloberebbe quasi la metà delle ricchezze prodotte nel mondo, il 35% del commercio internazionale e il 30% della popolazione.

Allo scorso vertice Apec si è deciso di studiare il piano, che intende superare lo stallo dei negoziati di Doha del Wto, fino al 2016.

Blocco usa contro la Cina
Il presidente cinese Xi Jinping ha aperto le porte agli Usa, sia in termini di possibili collaborazioni con la Tpp, sia di non interferenza con la proposta americana. Gli Usa però continuano a fare blocco contro i cinesi.

Dal punto di vista politico, Washington intende continuare a tenere un rapporto stretto con quei paesi da sempre suoi vicini. Gli Usa hanno anche sfruttato, nel tempo, le acredini che Pechino ha avuto con Giappone, Filippine, Vietnam per continuare a sostenere questi paesi, facendo sentire sempre più forte la sua presenza.

Dal punto di vista economico, i dati commerciali danno ragione a Washington sulla decisione di perseguire la Tpp contro la Ftaap.

Secondo le stime Peterson Institute of International Economics citati dal Wall Street Journal, la Ftaap rappresenterebbe una soluzione “win-win” per gli Stati Uniti e la Cina, anche se la Cina riuscirebbe a “mettere un piede” dinanzi agli Usa, perdendo di meno.

Per l’istituto economico, infatti, entro il 2025, la Ftaap aiuterebbe gli Stati Uniti a guadagnare circa 626 miliardi di dollari in esportazioni, mentre la Cina guadagnerebbe almeno 1.600 miliardi di dollari.

Se invece entrasse in vigore la Tpp così come è, senza la Cina, gli Stati Uniti guadagnerebbero molto meno nelle esportazioni (circa 191 miliardi dollari), ma Pechino perderebbe circa 100 miliardi di dollari di esportazioni dal momento che le nazioni facenti parte della Tpp potrebbero spostare la loro attenzione commerciale esclusivamente alle altre economie degli stati membri della zona di libero scambio.

Il pivot asiatico di Obama
La questione è aperta, anche perché se da un lato per il presidente Usa questa è la strategia economica del “pivot asiatico”, dall’altro è stata Pechino a giocare in contropiede, dichiarandosi interessata alla Tpp.

È stato il viceministro delle finanze cinesi, Zhu Guangyao che, parlando ad ottobre al Peterson, ha dichiarato l’intenzione del presidente Xi, nell’ambito della ondata di aperture economiche e commerciali, di aderire all’area proposta dagli Usa. Questo ha scombussolato i piani di Washington, dove l’annuncio ha avuto un effetto esplosivo, dividendo tra favorevoli e contrari economisti e politici.

Le aperture benevole di Xi Jinping alla Tpp sono state in qualche modo contraddette dalla stampa di Pechino. In un editoriale del Global Times, apparso anche sul sito del Quotidiano del Popolo (organo del partito comunista cinese), si bolla la proposta Usa come un tentativo di contenere la Cina attraverso l’asse Usa-Giappone.

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