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Regno Unito

Cameron anticipa il negoziato con l’Ue

1 Dic 2014 - Ferdinando Nelli Feroci - Ferdinando Nelli Feroci

Con il suo intervento sull’immigrazione, il Primo ministro britannico David Cameron ha di fatto aperto la campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo maggio, anticipando i primi contenuti di un futuro negoziato con l’Unione europea (Ue).

Per farlo ha presentato una serie di richieste sui temi dell’immigrazione e della libera circolazione delle persone. Altre richieste, per ora evocate in termini molto generali, potrebbero essere formalizzate in un quadro più organico, dopo un suo eventuale successo elettorale.

Cameron insegue Farage
Da tempo Cameron era apparso costretto a seguire il partito euroscettico Ukip sul terreno scivoloso delle politiche europee e delle quotidiane polemiche contro Bruxelles e ridotto ad articolare la propria narrativa sul tema sensibile del rapporto con l’Ue sulla base di un’agenda che sembrava determinata solo dalla preoccupazione di non lasciare spazi alla formazione di Nigel Farage.

Con il discorso del 28 novembre, Cameron ha ripreso l’iniziativa, lanciando in contemporanea una sfida al suo rivale più temuto sul fronte interno, e all’Ue. E per lanciare questa duplice sfida ha scelto il terreno della gestione dei fenomeni migratori, sapendo di evocare una questione al tempo stesso altamente controversa, ma di grandissima sensibilità per l’opinione pubblica.

Come premessa Cameron ha dovuto constatare che, contrariamente a quanto aveva promesso all’inizio del suo mandato, i flussi migratori nel Regno Unito sono aumentati considerevolmente, soprattutto a partire dal 2004, e che il saldo netto dei flussi migratori (differenza fra emigranti e immigranti) è ugualmente aumentato.

Ha insistito sulla circostanza che l’aumento degli immigrati (di qualsiasi provenienza) pone un onere eccessivo sul bilancio pubblico per il welfare. E pone anche problemi crescenti di sostenibilità dei servizi pubblici essenziali (scuola, assistenza sanitaria, spese per la sicurezza, ecc.). Ne ha dedotto che il modello di una società eccessivamente “aperta” e destinata a incoraggiare l’immigrazione, grazie ai propri successi in termini di crescita e competitività, non è alla lunga sostenibile.

Gestione controllata dell’immigrazione
Cameron ha affrontato solo marginalmente il fenomeno dell’immigrazione proveniente da paesi extra Ue, anticipando ulteriori misure di controllo, ma concentrandosi soprattutto sull’immigrazione proveniente da paesi Ue.

In caso di rielezione, il primo ministro britannico si è impegnato a realizzare una gestione “controllata” di quell’immigrazione, possibilmente nel quadro di un accordo con i partner europei, mirato a definire un regime comune di libertà di circolazione delle persone con alcune significative limitazioni. In assenza di accordo, bisognerà definire un regime nel quadro di un negoziato esclusivo tra Regno Unito e Ue e valido solo per il primo.

Cameron ha dichiarato che non intende contestare il principio della libera circolazione delle persone – principio fondante del progetto europeo – ma ha indicato una serie di misure destinate a limitare e condizionare quella libertà:
a) riducendone gli abusi (maggior ricorso alle deportazioni e divieti di rientro per chi ha commesso reati, screening sui matrimoni di comodo ecc.);
b) riducendo gli incentivi (diminuzione drastica dei periodi consentiti di permanenza nel Regno Unito per i senza lavoro ecc.); e
c) riducendo soprattutto l’accesso ad alcune prestazioni del welfare per chi entra nel Regno Unito senza avere un lavoro o per chi rimane senza oltre un certo periodo (diminuzione o eliminazione di crediti di imposta e di altre forme di sussidi di disoccupazione, ecc.).

Brexit or not Brexit
È stato osservato che Cameron poteva essere ancora più radicale nel suo attacco al principio della libera circolazione delle persone e che non avendo chiesto l’introduzione di quote per gli ingressi di cittadini Ue, ha lasciato una porta aperta per un negoziato con i partner europei.

È stato d’altronde anche sostenuto (da uno studio del Cer di Londra) che l’analisi dell’impatto dell’immigrazione Ue in termini di costi-benefici sul bilancio pubblico del Regno Unito è erronea e frutto di un pregiudizio di natura politica. Cameron ha però posto un problema politico. Gli altri partner Ue devono ora dare una risposta.

Un giudizio sulla praticabilità o accettabilità delle singole proposte o richieste dovrà esaminare in primis se c’è la volontà politica di assecondare il Primo ministro britannico sulla strada di un negoziato su limiti e condizioni dell’esercizio della libera circolazione delle persone. Successivamente bisognerà verificare se sia possibile operare a Trattati costanti – intervenendo eventualmente solo sulle legislazione secondaria – o se occorra intraprendere la strada molto più accidentata di una revisione dei Trattati.

Personalmente ho qualche dubbio che gli altri Paesi europei considerino l’immigrazione dai Paesi Ue il problema principale (l’attenzione prevalente è sulla immigrazione extra Ue). Osservo però che, con il suo intervento Cameron ha di fatto anticipato i tempi di un negoziato con l’Ue.

È legittimo non essere d’accordo con alcune proposte del Primo ministro britannico e alcuni paesi membri di recente adesione si sentiranno particolarmente colpiti da queste proposte. Sarebbe però un errore non prenderle in considerazione e non aprire una riflessione su di esse.

Non solo perché sono convinto che sia interesse comune garantire una permanenza del Regno Unito nell’Ue; ma anche perché i fenomeni migratori, se non gestiti correttamente, rischiano di generare dinamiche che potrebbero rapidamente condurre a derive in drammatico contrasto con i fondamentali del progetto comune europeo.