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Medio Oriente

Se la comunità internazionale riconoscesse la Palestina

1 Nov 2014 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Ci eravamo illusi che il travaglio che attraversa il mondo arabo potesse risparmiare una nuova crisi israelo-palestinese. Ma così non è stato.

Dopo l’interruzione dei negoziati e soprattutto a seguito dell’intesa tra le due compagini palestinesi di Fatah e Hamas per un governo unitario. Hanno prevalso le tensioni e le pressioni esistenti in entrambi i campi, a cura di spoilers che proprio il contesto regionale ha evidentemente alimentato.

Secondo stime Onu, nell’ultimo mese si sono contate dal lato palestinese oltre 2100 vittime, di cui almeno 1400 civili, e quasi mille feriti, e dal lato israeliano 64 perdite militari e 6 civili. Senza contare le massicce distruzioni materiali nel territorio di Gaza, ivi incluse tre scuole dell’Unwra che Israele ritiene fossero utilizzate come rifugi e depositi militari. Commissioni d’Inchiesta dell’Onu e del Consiglio Diritti Umani sono al lavoro.

Le ragioni delle due parti sono note. Per Israele, l’assillante preoccupazione per la propria sicurezza. Impegnata contestualmente a difendere il fronte nord dalle incursioni dei jihadisti di Al-Nusra, Israele ha considerato indifferibile procedere allo smantellamento del ‘sistema dei tunnel’, contando ben 3360 attacchi provenienti da Gaza, solo 578 intercettati dall’Iron Drome (stime israeliane).

Obiettivo politico, l’indebolimento di Hamas nella neo-coalizione governativa e soprattutto l’abbattimento delle paventate contaminazioni con il jihadismo dei dintorni. Più oltre, la smilitarizzazione completa della Striscia, in qualsiasi scenario finale.

Per i palestinesi, il progetto di uno stato, con il corredo della liberazione di prigionieri vecchi e nuovi, dell’apertura dei valichi al movimento di persone e merci, della fine della politica degli insediamenti. Una partita giocata in casa prima ancora che con Israele.

La strategia onusiana di Abbas
Non è chiaro, dal lato palestinese, chi sia emerso rafforzato: se Hamas, che ha proclamato vittoria nonostante l’ingente numero di vittime civili e di distruzioni materiali, o il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas che, prendendo atto delle medesime, può ora avvalersene di fronte al mondo per esperire l’annunciata iniziativa di una Risoluzione dell’Onu che ponga una scadenza all’occupazione israeliana e riconosca lo stato palestinese.

Una strategia perseguita da tempo, con il riconoscimento della Palestina come membro a pieno titolo nell’Unesco nel 2011, l’acquisizione dello status di ‘Paese osservatore non-membro’ in Assemblea generale nel 2012 , da ultimo con l’adesione a una decina di Trattati e Convenzioni facenti capo ad Agenzie dell’Onu in tema di diritti umani e con un’intensa “Palestine 194 campaing”.

Rimanendo all’ordine del giorno l’adesione alla Corte penale internazionale, per potervi deferire Israele per crimini di guerra.

Un problema per Israele, e per gli stessi gli Stati Uniti che, oltre a sospendere i contributi alle Agenzie internazionali coinvolte (come fatto per l’Unesco) e a scontare nuovamente il proprio veto in qualsiasi assise onusiana, hanno già avviato una discreta azione di sensibilizzazione a largo raggio per sventare l’adesione palestinese alla Corte penale internazionale.

Ma un problema anche per l’Europa, che, con i noti distinguo al proprio interno, tende a mantenere una “duplice lealtà”, contribuendo generosamente a sostenere l’Autorità nazionale palestinese, insistendo sulla natura illegale degli insediamenti, rifiutando di certificare come israeliani i prodotti originati nei Territori occupati, ma al contempo riconoscendo indiscutibilmente le esigenze di sicurezza di Israele, e sollecitando le parti al negoziato verso la soluzione di due stati. Il ritorno al negoziato, al più presto, si impone.

Italia equidistante
Entro il tracciato europeo, anche l’Italia segue il suo istinto di ‘equidistanza’. Dettato da un lato dall’intenso rapporto di collaborazione con Israele, rafforzatosi negli anni anche sul piano della cooperazione scientifica e delle alte tecnologie, e dall’altro dalla solidarietà storica con i palestinesi che si traduce in una cospicua quota annuale al bilancio dell’Unwra e un sostegno a specifici progetti intesi a consolidare le prospettive istituzionali di un futuro stato, oltre che in un generoso soccorso umanitario.

Ivi incluso a coloro che fuggono dai paesi che li hanno finora ospitati, sdoppiando la loro condizione di rifugiati. “Non dobbiamo rimanere intrappolati in posizioni partigiane, non dobbiamo dividerci tra amici dell’uno o dell’altro”, ha raccomandato Mogherini in Parlamento, invitando ancora una volta le due parti al negoziato.

Settori del Parlamento e della società civile italiana non hanno fatto mancare interrogazioni e istanze all’indirizzo del governo sulle strategie da seguire: se riaffiora l’idea di una Israele nella Ue, molto più accesi sono i toni di quanti denunciano una collaborazione militare in corso tra aziende italiane e Tel Aviv, o che accusano Israele di pesanti violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario e invocano posizioni più incisive a favore dei palestinesi.

Nella votazione del 2012 all’Unesco, l’Italia si è trincerata dietro un’astensione, ma nella successiva del 2013 all’Unga si è pronunciata a favore, unendosi al consenso di ben 138 stati (solo 9 i voti contrari tra cui Stati Uniti e Israele). Un numero in progressivo aumento.

La recente pronuncia del Parlamento britannico a favore del riconoscimento dello stato palestinese, l’annuncio della Svezia nello stesso senso, e le istanze che si levano da altri stati membri – la stessa Germania ha accompagnato la sua astensione in Assemblea generale con una forte sollecitazione al negoziato – e dal Parlamento di Strasburgo parrebbero segnalare che le opinioni pubbliche europee stanno muovendo verso un tale sviluppo: non tanto per penalizzare Israele o disconoscerne le esigenze di sicurezza, quanto per esercitare pressione sulla parte percepita come maggiormente responsabile dello stallo negoziale.

Un’ulteriore votazione che sancisse la statualità a pieno titolo della Palestina all’Onu sarebbe dirompente. Soprattutto perché faciliterebbe la strada verso la giurisdizione penale internazionale nei confronti di Israele.

E mentre Il Cairo prosegue i suoi tentativi di mediazione per consolidare cessate-il-fuoco e riconciliazione intra-palestinese, e l’Ue ribadisce nel dettaglio le ‘linee rosse’ in tema di insediamenti, Kerry preme per la ripresa del negoziato e chiede ad Abbas uno slittamento del duplice movimento all’Onu e alla Corte penale internazionale.

Deciderà Abbas di aderire all’appello? E sul fronte interno israeliano, sarà sufficiente la mobilitazione parlamentare animata dal duo Livni-Lapid o l’appello di centinaia di intellettuali per una svolta? Non pare, almeno per ora.

Il primo ministro Bibi Netanyahu prosegue con nuovi insediamenti e nuove unità abitative a Gerusalemme Est; Abbas continua la strategia onusiana e si accinge a firmare la domanda di adesione alla Corte penale internazionale. Altre violenze all’orizzonte?.

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