IAI
Unione europea

L’Italia traini la governance europea

8 Nov 2014 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

“Uscire dall’Europa” per recuperare una sovranità nazionale perduta, come reclama una schiera sempre più folta di euroscettici, non ha molto senso.

Per la semplice ragione che dell’Europa (a 28) siamo parte costituente ed attore primario: spesso neghittoso, è vero, ma pur sempre attore. È dunque all’interno e non contro l’Europa che dobbiamo esercitare la nostra sovranità.

Rincorrendo la locomotiva tedesca
L’euro ha imposto un difficile percorso di adattamento dei paesi membri, ma ha offerto importanti possibilità. La Germania le ha sapute cogliere, avviando una serie di riforme che hanno pagato, eccome: se oggi Berlino torreggia su tutti i partner è perché questi non sono stati capaci di introdurre nelle loro economie i cambiamenti che avrebbero potuto contenere il divario dalla locomotiva tedesca.

Di tutto ciò le responsabilità vanno ricercate in chi in questi vent’anni ha governato a Roma (e a Parigi): non certo nella Germania che ha fatto, legittimamente, il proprio interesse.

Il “vincolo esterno” dell’Europa è stato usato non solo dagli anni ottanta/novanta per far passare scelte altrimenti impraticabili. È stato lo strumento con cui i governi della Prima Repubblica riuscirono a superare resistenze e introdurre il paese alla modernità: l’integrazione delle economie era vista come la premessa condivisa di una unione politica dall’impianto federale.

Il progetto europeo originario è sbiadito man mano che in “Europa” entravano paesi dalle storie diverse, realizzando una unificazione geopoliticamente importante, ma disomogenea.

Il collante è diventato la razionalizzazione economica, di cui la politica doveva essere mezzo e non guida, e l’euro è assurto a simbolo di una Europa governata da tecnocrati senza volto né patria e appesantita da un “deficit di democrazia”. Una caricatura, senza dubbio, ma molto diffusa.

Unione monetaria
L’unione monetaria avrebbe dovuto imprimere un colpo d’ala all’integrazione politica dell’Europa; l’euro ne era stato concepito come uno strumento rivoluzionario e innovativo, non come un fine.

Anche per questo a Maastricht si procedette con un accordo che nasceva tronco, nella convinzione che la dinamica dell’integrazione avrebbe reso inevitabile il passaggio a una vera unione economica. Passaggio che avrebbe richiesto una volontà politica coesa che è venuta meno perché, nel frattempo, sono andate crescendo le differenze su cosa significhi e come debba avanzare l’Unione europea.

La salute dell’Eurozona è fondamentale per la stessa Germania e la sua posizione dominante dovrà essere riequilibrata: non attraverso ukaze di carta, bensì recuperando il ruolo della politica.

Solo una unione monetaria consentirebbe una gestione comune delle politiche nazionali, calmierando le gelosie ed eccessi nazionali attuali. Aldilà degli sforzi di Mario Draghi, senza un governo comune l’euro potrà difficilmente resistere alle tensioni e la sua fine sarebbe un disastro per l’economia mondiale.

È poco probabile che a un simile governo saranno disponibili a partecipare da subito tutti: ci vorrà una combinazione coraggiosa di inventiva politica e di sapienza istituzionale per trovare formule idonee.

Una presidenza italiana tesa a lasciare una traccia significativa del suo passaggio non dovrebbe lasciarsi sfuggire una simile occasione: sarebbe in linea con la tradizione del nostro paese, di avere sempre supplito alla scarsità di peso specifico grazie a una capacità di proposta politica di grande visione.

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