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Parlamento europeo

La rivoluzione euroscettica? Molto rumore per nulla

22 Nov 2014 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

A sette mesi dai risultati delle elezioni europee e con 140 seggi su 751, i partiti euroscettici sembrano ben lontani dall’essere quella forza catalizzatrice del cambiamento in cui molti avevano sperato.

Anche se tutti questi movimenti accusano l’Unione europea (Ue) per la gestione dell’immigrazione, le difficoltà economiche e la perdita di sovranità e di identità nazionale, essi non sembrano aver ancora individuato un terreno comune d’azione politica. Il fronte anti-europeo appare infatti frammentato e diviso al suo interno.

Tra euroscettici ed euro-critici
Al momento, il gruppo parlamentare di inclinazione euroscettica più grande è l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), che, sostenuto dall’Ukip dell’inglese Nigel Farage (24 seggi) e dal Movimento 5 Stelle (17 seggi), annovera tra le sue file 48 euroscettici convinti.

A questo seguono la Sinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica (Gue/Ngl, 52 seggi) e i Conservatori e Riformisti (Ecr, 70 seggi), cioè gruppi più euro-critici che euroscettici, che si collocano rispettivamente a sinistra e a destra dell’arena parlamentare.

Rimangono poi i 21 seggi detenuti da partiti di estrema destra come il Front National francese, il partito ungherese Jobbik e il greco Alba Dorata, i cui parlamentari rimangono non allineati. Efdd e Ecr hanno infatti rifiutato qualsiasi alleanza con quest’ultimi, considerati troppo radicali.

Al di là delle divisioni politiche intra-parlamentari, i membri degli stessi gruppi euroscettici sostengono spesso posizioni contrastanti tra loro.

Ad esempio, lo scorso settembre il M5S si è opposto a una proposta sostenuta da Ukip sul budget europeo che prevedeva un taglio netto di tutte quelle spese che non beneficiassero direttamente il Regno Unito.

Allo stesso modo gli euro-critici dell’Ecr, si sono recentemente divisi riguardo a una delle votazioni relative all’adozione dell’euro in Lituania, quando i parlamentari di Alternativa per la Germania hanno votato in opposizione al gruppo, sostenendo che, al fine di essere competitiva, l’ eurozona dovrebbe escludere i paesi del sud e dell’est europeo.

Europeisti serrano le fila
D’altro canto, l’ondata euroscettica sembra aver contribuito a potenziare la cooperazione tra i partiti europeisti. Il Partito popolare europeo (Ppe) di destra, l’Alleanza per liberal-democratici d’Europa (Alde) di centro destra ed i Socialisti e democratici (S&D) hanno appoggiato per l’85,5% dei casi le stesse risoluzioni parlamentari, un terzo in più delle volte rispetto allo scorso mandato, 66,5%.

I partiti tradizionali sembrano anche essere più efficaci nel coordinare i voti all’interno dei propri gruppi. Ad esempio, mentre l’Efdd ha un tasso di coesione interna pari al 45.39%, quello del Ppe è del 96%, quello di Alde è del 93% e quello di S&D è del 87,45%.

Quattro volte su cinque, questa maggiore intesa ha permesso a questi gruppi di vedere approvate le loro posizione in sede di votazione parlamentare, a dispetto dello scarso 41% registrato da Efdd e Gue-Ngl.

In particolare, Alde, Ppe e S & D insieme all’euro-critico Ecr hanno visto passare il 100% delle risoluzioni da loro votate nell’ambito degli affari economici e monetari.

Euroscettici che intralciano più che rivoluzionare
Una maggiore fedeltà di voto e una migliore capacità di cooperazione intra-parlamentare hanno di fatto accresciuto di molto il potere reale di questi gruppi tradizionalmente eurofili, che secondo Vote Watch, supera mediamente del 2% il potere nominale derivante dal numero di seggi da loro detenuti (nel caso del Ppe è il 4,08%, per l’S & D l’1,64% e per Alde lo 0,95%).

Al contrario, Efdd, in possesso di una potere nominale di 6,37%, riesce a malapena ad esercitare un potere effettivo di poco superiore al 3%.

Il dado non è tuttavia ancora tratto. Con solo poche risoluzioni parlamentari votate, il gioco di coalizioni e negoziati politici e partitici è solo agli inizi. Lo spirito di adattamento dei partiti euroscettici sarà cruciale nel definire l’eredità che questo Parlamento lascerà in mano ai suoi successori.

Ciononostante, per il momento, gli euroscettici, seppure dirompenti nelle loro dichiarazioni, sembrano intralciare piuttosto che veramente cambiare la direzione istituzionale e politica europea.

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