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Unione europea e crescita

Il vicolo cieco della crisi economica

27 Nov 2014 - Federico Losurdo - Federico Losurdo

A ogni passaggio istituzionale dell’attuale crisi le misure di rigore finanziario sono accompagnate da quelle per lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione, fino a evocare nei più recenti Consigli europei la ‘formula magica’ di “un consolidamento fiscale favorevole alla crescita” (“growth-friendly fiscal consolidation”).

Legittimazione asimmetrica
A essere in discussione sono i faticosi equilibri raggiunti a Maastricht nel 1992. Mentre il governo della moneta è centralizzato nelle mani di un’istituzione indipendente – la Banca centrale europea (Bce), la cui stella polare è il controllo dell’inflazione (art. 119 Tfue) – le politiche economiche sono decentralizzate in capo ai singoli Stati membri, seppure coordinate all’interno delle istituzioni intergovernative (art. 121 Tfue).

Per rimediare a questa legittimazione asimmetrica della politica economica rispetto alla politica monetaria sono stati codificati dei vincoli alla politica fiscale per orientare il processo di bilancio degli Stati membri.

Vincoli fiscali che, ad ogni successiva tappa della crisi, sono stati resi più cogenti, fino a giungere con il Fiscal compact nel marzo 2012 a prevedere l’obbligo per gli Stati membri di codificare il principio del pareggio di bilancio con norme “preferibilmente” di rango costituzionale (art. 3, comma 2).

Austerità espansiva
L’insediamento della nuova Commissione europea, presieduta da Jean-Claude Juncker, frutto di un accordo bipartisan tra Partito popolare europeo e Partito socialista europeo, ha suscitato le attese di un deciso cambio di passo, nel senso di ri-orientare la politica economica in direzione della crescita (si pensi all’annunciato piano di 300 miliardi di euro con cui finanziare grandi progetti infrastrutturali comuni).

È, tuttavia, difficile immaginare che muti significativamente la filosofia di fondo della strategia Ue. Per un verso, la stabilità monetaria (dei prezzi) e fiscale (dei bilanci) continua ad essere la “norma fondamentale” dell’Unione, come ancora di recente ha sottolineato polemicamente il Tribunale costituzionale federale tedesco nell’ordinanza che ha contestato la legittimità del programma relativo alle “outright monetary transaction” della Bce (ordinanza del 14 gennaio 2014).

Per altro verso, nessuno ha ancora seriamente messo in discussione la ricetta di Bruxelles e Francoforte all’insegna dell’“austerità espansiva”. Una ricetta che predica il rigore dei conti e, allo stesso tempo, aspira a promuovere la crescita tramite le “riforme strutturali”: una consistente riduzione della spesa pubblica e una flessibilizzazione del mercato del lavoro che dovrebbero facilitare la creazione di nuova occupazione.

Circolo vizioso?
Più che in una nuova fase di crescita, i paesi dell’Unione sembrano, tuttavia, essere entrati in una nuova fase della crisi. I provvedimenti finora adottati hanno ampliato il solco fra i paesi del nord Europa che non hanno intaccato il cuore delle proprie istituzioni di welfare e i paesi del sud Europa che sembrano, invece, assistere impotenti a una progressiva erosione delle conquiste sociali del passato, una strisciante deindustrializzazione.

Quest’ultimi rischiano di cadere in un vero e proprio circolo vizioso. A fronte, infatti, degli effetti recessivi determinati dalle politiche di austerità, essi sono indotti, nel tentativo di aumentare la competitiva internazionale del proprio sistema produttivo, ad adottare sempre più drastiche riforme strutturali.

Nella speranza che il calo della domanda interna venga compensato da un aumento della domanda esterna. Una concorrenza al ribasso tra gli ordinamenti europei rischia tuttavia di produrre effetti contrari a quelli auspicati.

“All’interno di una zona monetaria unica avere politiche concorrenziali non coordinate – ha osservato di recente Jean-Paul Fitoussi – è come avere un elefante in un negozio di porcellane” (Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale, Einaudi, 2013).

Exit strategies?
Quali sono le possibili soluzioni? In primo luogo, sarebbe necessario che gli Stati in surplus incentivino la loro domanda interna, in maniera tale da sostenere le esportazioni degli Stati in deficit e stimolare una ripresa di tutta l’Eurozona.

Ed è proprio quanto è stato proposto dalla Commissione europea, nel quadro della procedura per la prevenzione e la correzione degli “squilibri macroeconomici” (disciplinata dai regolamenti Ue nn. 1174 e 1176 del 2011), che ha chiesto a diversi paesi (tra cui la Germania) di ridurre i propri avanzi commerciali.

In secondo luogo, si potrebbe consentire agli Stati europei più fragili (tra cui il nostro) uno sforamento temporaneo dei vincoli del Patto di stabilità, nella misura necessaria a implementare le riforme strutturali e a superare l’attuale fase di stagnazione.

Si tratterebbe, in fondo, di replicare quanto già accaduto nel 2005, quando, a causa della congiuntura sfavorevole, furono Germania e Francia a chiedere ed ottenere un alleggerimento dei vincoli del Patto.

In terzo luogo, e si tratta della soluzione più di lungo periodo (e per questo anche politicamente più difficile) si dovrebbero creare le condizioni per l’emissione comune di titoli di debito pubblico (i c.d. “stability bonds”).

Cosa che potrebbe risultare più accettabile, anche per le classi dirigenti dei paesi del nord Europa, se si accompagnasse con una più estesa “federalizzazione delle politiche economiche” (un’ipotesi avanzata dal “Blue Print for a deep and genuine EMU” della Commissione Barroso).

Una federalizzazione che, tuttavia, non può essere disgiunta da quelle forme di legittimazione e responsabilità democratica, che le opinioni pubbliche degli Stati membri hanno imparato a considerare elementi non negoziabili della vita politica.

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