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Referendum in Catalogna

Il divorzio mentale della società catalana

13 Nov 2014 - Riccardo Pennisi - Riccardo Pennisi

Un successo di partecipazione. Questo il risultato del referendum “informale” – senza valore legale e organizzato su basi volontarie – con il quale cittadini e residenti in Catalogna sono stati chiamati a decidere se la propria regione sia da considerare uno stato, e se sì, se debba essere indipendente.

Il doppio sì sulla scheda è stata l’opzione scelta dall’80% degli oltre due milioni di partecipanti, un terzo del corpo elettorale locale.

Il voto, più che un passo avanti verso l’indipendenza, evidenzia soprattutto due gravi mancanze del governo del premier del partito popolare (Pp), Mariano Rajoy: incapacità di comprendere appieno lo scontento della società catalana, e perdita di iniziativa politica.

Peso della corrente indipendentista
Uno dei primi dati da considerare è il peso reale della corrente indipendentista sul totale degli elettori. Una corrente molto forte, ma che non arriva alla maggioranza assoluta.

I partiti del tutto o in gran parte favorevoli al distacco della Catalogna dal resto della Spagna sono a grandi linee due: Convergència i Unió (CiU), di centrodestra, a cui appartiene il presidente della regione Artur Mas; e Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), formazione ex radicale oggi più spostata su posizioni socialdemocratiche.

In occasione delle elezioni regionali del 2012 e delle europee del 2014, in cui il tema della secessione è stato ben presente, la somma dei voti dei due partiti è restata poco sopra il 40%.

Tuttavia, la corrente indipendentista ha egemonizzato quasi completamente, negli ultimi anni, il discorso pubblico in Catalogna. Ciò è dovuto a fattori strutturali, come ad esempio le politiche culturali che nei trentacinque anni di esistenza dell’autonomia sono state orientate a costruire e rafforzare l’identità locale, o la presenza di una tv pubblica (di qualità e molto seguita) abbastanza schierata a favore degli interessi del governo regionale.

Non si vuole qui ovviamente parlare di indottrinamento, ma piuttosto della creazione di un clima sociale di fatto “propenso” alle ragioni dell’ampliamento dell’autonomia e dell’indipendenza.

Socialisti bugiardi, popolari centralisti
Ma in particolare, l’attuale divorzio mentale della società catalana – in particolare dei suoi settori più dinamici, come la piccola e media imprenditoria e i giovani, il cui ruolo è centrale nella regione che produce un quinto del Pil nazionale – da Madrid, è dovuto all’insoddisfazione nei confronti dei due grandi partiti spagnoli.

I socialisti, un tempo fortissimi, dopo gli anni del loro ultimo governo (2004-2011) ora pagano il non aver mantenuto le tante promesse fatte ai catalani in materia di federalismo e aumento delle competenze regionali: la loro forza elettorale in Catalogna si è ridotta a un terzo rispetto a dieci anni fa.

I popolari sono centralisti per definizione – benché in passato il governo nazionale di José Maria Aznar abbia siglato diversi accordi con quello regionale di Jordi Pujol; la loro reazione alle manifestazioni di massa che gli indipendentisti hanno organizzato negli ultimi anni è stata di rifiuto, se non di sdegno e ridicolizzazione.

Un rifiuto che si è esteso a qualsiasi richiesta di nuovi accordi, e che ha portato sicuramente un buon numero di “non indipendentisti” a partecipare comunque in segno di protesta.

Intransigenza di Madrid
La decisione di non permettere un referendum costituzionale è apparsa legittima ai sensi della Carta del 1978 e condivisa nel resto del paese. Ma la messa sotto accusa da parte di Madrid del governo regionale e di tutti i funzionari che hanno concesso l’uso di locali pubblici come seggi avrà delle conseguenze più pesanti.

Per quanto alcune parti del Pp e dell’amministrazione centrale possano esserne soddisfatte, allo stesso tempo l’idea di Artur Mas, cioè portare CiU e Erc a costituire alle prossime regionali una lista indipendentista comune che superi il 50% esce certamente rafforzata da tale intransigenza. Mas spera che questa lista possa poi procedere spedita verso la secessione della Catalogna.

La mancanza di lucidità del governo di Madrid è confermata dal recente ritiro di due tra i provvedimenti-simbolo: la legge che complicava il ricorso all’aborto, e la proposta di riforma elettorale.

L’esecutivo di Rajoy sembra infatti paralizzato dalla crescita di Podemos, inizialmente sottovalutata e anzi considerata una risorsa per spaccare la sinistra.

Il nuovissimo partito di Pablo Iglesias non solo corre nei sondaggi – aiutato dalle inchieste sulla corruzione che si susseguono e che toccano un po’ tutti gli altri partiti – ma attira elettori da tutti gli schieramenti, compresi i votanti del Pp meno fedeli.

È una prospettiva che da Bruxelles e da Berlino viene osservata con discreto timore. La Germania e l‘Unione europea temono che un eventuale governo di Podemos possa non rispettare i vincoli di bilancio e non voglia onorare il pagamento del debito; eventualità, questa, non ritenuta ammissibile.

Se le cose resteranno così, i partner europei faranno pressione per un futuro governo di grande coalizione tra popolari e socialisti – ora non in grado di affermarsi da soli. Questi nodi si scioglieranno solo nel 2015, quando si rinnoveranno quasi tutte le amministrazioni locali, in primavera, e il parlamento, in autunno.

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