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I giovani e gli immigrati

Equità sociale per una politica demografica dell’Ue

13 Nov 2014 - Amedeo Maddaluno - Amedeo Maddaluno

Il crescente divario economico e sociale è argomento di grande attualità. Bertelsmann Stiftung – uno dei principali think tank indipendenti in Germania – ha appena presentato il suo ultimo report “Social Justice Index” sui 28 paesi dell’Unione europea (1).

Riassumere 111 pagine ricche di dati non è l’obiettivo di questo articolo quanto lo è invece riflettere su due temi: il problema della disoccupazione giovanile e quello dell’integrazione degli immigrati. Possiamo usarli come coordinate per leggere la critica situazione demografica europea?

Riflettiamo sui dati: la disoccupazione giovanile

Oltre che di aspetti regolatori la disoccupazione è un problema di relazione tra crescita del Pil, produttività totale dei fattori (Tfp) e salari, nonché di incontro tra domanda ed offerta di competenze.

I più giovani appena terminata la formazione possono offrire meno competenze immediatamente produttive e faticano quindi ad inserirsi nel mercato. Fatta cento la forza lavoro europea, in media l’11,3% degli europei è disoccupato; fatta cento la forza lavoro più giovane (tra i 15 e i 24 anni), notiamo che è disoccupato più di un giovane su quattro.

Nella locomotiva tedesca il tasso di disoccupazione è al 5,4% ma è all’8% tra i più giovani, mentre nella Grecia della disoccupazione al 27.5% quasi il 60% dei più giovani cerca lavoro senza trovarlo. Per i giovani non inclusi nel mercato del lavoro fare famiglia diventa difficile o impossibile.

Riflettiamo sui dati: l’inclusione degli immigrati

Anche sull’immigrazione il rapporto presenta dati eloquenti: c’è differenza tra le posizioni in cui si classificano i Paesi Ue in base al loro grado di generale coesione sociale – che include dati come il livello di polarizzazione dei redditi (primo grafico) – e il punteggio di effettiva non discriminazione che è dato dal livello di inclusione delle minoranze.

Nel primo grafico l’Italia fa assai peggio di Austria e Francia – paesi con più massiccia o antica presenza di immigrati in rapporto ai nativi – mentre si posiziona meglio nel secondo grafico, dove gli altri due fanno peggio della media europea.

Il Belgio passa dall’essere il settimo paese del primo grafico (sopra l’Italia di 15 posizioni) allo stesso livello della penisola nel secondo. Sempre al netto delle specificità di ogni paese che portano realtà come il Regno Unito a totalizzare sempre punteggi alti o come la Grecia e la Croazia a occupare la parte bassa delle classifiche, emerge che (al di là della “political correctness”) dove gli immigrati sono di più rispetto alla popolazione aumenta anche la possibilità che sorgano problematiche legate all’integrazione. Questo accade anche in paesi dove sono presenti da più generazioni.

Coesione sociale e non discriminazione

Non discriminazione (SGI)

L’economia non basta: società e cultura
Per affrontare i problemi dell’integrazione nella società dei giovani e degli immigrati creare solide basi economiche è condizione necessaria ma non sufficiente.

Se in generale emerge che dove l’economia “va meglio” anche le persone stanno meglio, anche nei paesi ricchi il tasso di disoccupazione giovanile è più alto di quello generale e gli immigrati faticano ad inserirsi.

Come può una società sempre più anziana dove i giovani sono una minoranza preoccuparsi di loro e rendersi conto che l’attuale contrazione demografica e la loro peggiore inclusione nel mercato del lavoro genererà problemi anche per gli anziani stessi – in primis una ridiscussione dei trattamenti pensionistici?

Se i meno giovani in passato stavano meglio dei giovani oggi come mai hanno scelto di riprodursi poco consegnandoci una società più vecchia? La cultura occidentale è da decenni improntata allo sfavore verso le famiglie numerose.

Se anche dove si sta meglio e lo stato sociale è solido non nascono abbastanza figli da equilibrare le generazioni (2) significa che di certo è efficace garantire una percepibile copertura economica ai giovani che intendono metterne al mondo (la teoria economica e sociologica dimostra che nel mondo sviluppato nascono meno figli perché questi rappresentano un costo vivo) ma soprattutto occorre invertire una tendenza culturale (oltre che costo vivo sono anche un “costo opportunità” rispetto alla carriera).

A lungo si è creduto che al calo demografico degli europei nativi si potesse ovviare importando forza lavoro dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente e ignorando i problemi generati dalla necessità di creare integrazione tra culture lontane in lassi di tempo brevi – al massimo di pochi decenni – e derubricando il relativo dibattito a dialettica tra xenofobia e antirazzismo.

Se arrestare l’immigrazione in tempi rapidi è impossibile e non auspicabile è invece necessario riflettere su una politica demografica europea finalizzata a bilanciare nascite e decessi tra gli autoctoni così da riequilibrare il sistema pensionistico e diminuire il fabbisogno di stranieri.

Se anche nei paesi dove il welfare è più generoso e dove l’immigrazione è presente da decenni i problemi sussistono, si deve prendere atto che l’inclusione dei migranti non può avvenire sperando in una loro libera scelta ma con la cultura e quindi con la scuola.

L’istruzione deve portare i migranti ad abbracciare la cultura del paese ospite e questo deve essere lo sforzo a loro richiesto in cambio dell’accesso al welfare – che deve essere pieno e garantito (che stiamo parlando di “tax payers”). Lo jus soli non può essere la risposta come non può esserlo lo jus sanguinis: l’idea di “jus culturae” che miri a riconoscere la cittadinanza a chi ha terminato determinati cicli di studi in Italia va nella giusta direzione.

L’integrazione non può che partire in giovane età e il tessuto sociale italiano fatto di piccoli centri in cui le realtà del volontariato cattolico e laico sono molto attive può avvantaggiare il nostro paese rispetto a quelli caratterizzati da enormi periferie urbane.

(1) Social Justice in the EU – A Cross-national Comparison
(2) The World Factbook

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