IAI
Accordo sul nucleare iraniano

Centrifughe e uranio, nodi irrisolti dell’accordo

11 Nov 2014 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

La scadenza della trattativa sul programma nucleare iraniano è ormai alle porte. Avvicinandosi alla data fissata – dal 18 al 24 novembre – fervono gli incontri preparatori.

Recentemente si sono riuniti a Vienna per sei ore consecutive il Segretario di Stato statunitense John Kerry, l’ex Alto Rappresentante per la Pesc Catherine Ashton e il Ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. Sono tornati ad incontrarsi pochi giorni orsono in Oman.

Il fatto che statunitensi e iraniani si parlino direttamente è già di per sé un importante risultato. I Ministri degli esteri dei cinque paesi cui il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) concede il possesso dell’arma nucleare (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più la Germania (E3+3) sono pronti a intervenire direttamente al momento cruciale.

Ad essi avrebbe dovuto unirsi Federica Mogherini che occupa ora la poltrona di Ashton, ma curiosamente è ancora quest’ultima a rimanere in scena.

Produzione di uranio arricchito
Il dibattito si concentra su come far uscire gli iraniani dal “pasticciaccio” in cui si posero nel 2003 con l’avvio di un programma clandestino di centrifughe per la produzione dell’uranio arricchito.

L’iniziativa si poneva nel quadro del più ampio disegno, che risaliva all’epoca dello Shah, di dotare il paese di una capacità nucleare a scopi energetici.

Tale progetto, inizialmente incoraggiato dagli Usa, venne ostacolato dopo la rivoluzione del 1979. La prima ed unica centrale iraniana, quella di Bushehr, completata dai russi dopo molte vicissitudini, è entrata in funzione nel 2011.

Temendo un possibile diniego all’accesso al mercato internazionale del combustibile necessario per le sue future centrali, Teheran adottò la rischiosa decisione di costruire un impianto autonomo di arricchimento dell’uranio.

Era prevedibile che l’acquisto di questa capacità, per quanto non contrario al Tnp, avrebbe incontrato la ferma opposizione del mondo occidentale e soprattutto di Israele. Per questo Teheran avviò clandestinamente il suo programma.

Il sospetto che esso mirasse anche a scopi bellici era corroborato dallo sviluppo in parallelo di un programma missilistico a scopi dichiaratamente militari.

Con il senno di poi, si può dire che l’Iran sopravvalutò gli ostacoli che avrebbe incontrato nell’approvvigionamento di uranio arricchito sul mercato internazionale. Oggi infatti Teheran riceve tranquillamente dai russi il combustibile necessario per la centrale di Bushehr. Una serie di meccanismi internazionali sono stati posti in essere proprio per garantire agli stati l’accesso a tali rifornimenti.

Quello che invece sottovalutò fu l’opposizione occidentale al suo programma. Le sanzioni del Consiglio di sicurezza, avallate anche da tradizionali sostenitori di Teheran come Mosca e Pechino, iniziano ad incidere seriamente sull’economia iraniana. La loro revoca è l’obiettivo prioritario perseguito da Teheran.

Numero delle centrifughe
Mentre si dibatte ancora sul “diritto inalienabile all’energia nucleare”, sancito dal Tnp, chiedendosi se questo includa anche un vero e proprio diritto ad arricchire l’uranio, per uscire dall’impasse si sta cercando di rivedere a fondo l’intera questione.

Il lavoro sinora svolto dai negoziatori è molto buono. Il Piano di azione concordato nel novembre 2013 contiene già gli ingredienti per un’intesa definitiva. La questione principale da risolvere è quella del numero delle centrifughe che l’Iran potrà conservare.

Per dare un senso al suo programma di arricchimento a scopi energetici, l’Iran avrebbe bisogno di aumentare sensibilmente il numero delle centrifughe e degli stock di uranio. Al contrario l’obiettivo principale degli E3+3 è una loro consistente riduzione per allungare il tempo necessario per fabbricare un’arma nucleare (“breakout”).

Per trovare una via di uscita da posizioni apparentemente inconciliabili, alcuni think tank statunitensi stanno escogitando la soluzione di adattare scorte e produzione alle effettive esigenze iraniane.

Tale approccio è stato suggerito da Robert Einhorn del Brookings Institute, ex consigliere speciale del Dipartimento di stato per la Non proliferazione e il controllo degli armamenti in un recente convegno.

Fortunatamente le esigenze iraniane sono attualmente alquanto limitate. La centrale di Bushehr deve, per contratto, essere alimentata da forniture russe fino al 2021 e nulla impedisce che l’intesa sia prorogata.

L’Iran non ha comunque ancora messo a punto la tecnologia per trasformare l’uranio arricchito in combustibile per la centrale. I piccoli reattori di ricerca di Teheran e Arak necessitano di scorte limitate. Si potrebbe congelare una buona parte delle centrifughe senza compromettere le future esigenze energetiche. Non sembra casuale l’annuncio di questi ultimissimi giorni di un’intesa russo-iraniana per la costruzione di due ulteriori centrali.

Trattato contro gli esperimenti nucleari e protocollo Aiea
L’Iran potrebbe riattivare le centrifughe ed eventualmente aumentarle quando avrà effettivamente bisogno di bruciare uranio arricchito per sviluppare energia e dovrà quindi smaltire costantemente le sue scorte senza accumularle. Questo darebbe anche il tempo per fugare i legittimi sospetti che suscita il suo progetto.

Non si tratterebbe tanto di svelare eventuali passati tentativi di costruire l’arma nucleare, quanto di dare garanzie ferree che ciò non avverrà in futuro. A tal fine la prima misura da prendere dovrebbe essere l’ adesione al Trattato che proibisce gli esperimenti nucleari (CTBT).

Teheran rimane tra i pochissimi paesi a essersi sottratti a questo fondamentale baluardo contro la diffusione dell’arma nucleare. Dovrebbe aderire inoltre senza indugio al Protocollo che permette all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica di ispezionare tutti gli impianti connessi con attività nucleari e non solo, come avviene ora, quelli che l’Iran dichiara di possedere.

Un’intesa con l’Iran è un’occasione da non perdere. La congiuntura politica vi è favorevole. Per il presidente Usa Barack Obama si tratterebbe di un’importante “legacy” di un mandato presidenziale che volge alla sua conclusione.

Sia a Washington che a Teheran siedono oggi amministrazioni interessate ad un compromesso. Non è detto che sarà così in futuro.

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