IAI
Casini e Cicchitto, l'Onu contro il Califfo

Si può intervenire anche senza le Nazioni Unite

13 Ott 2014 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Per la politica estera italiana, questi sono giorni di transizione essendo il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, proiettata verso l’assunzione delle responsabilità a Bruxelles come Alto rappresentante della politica estera europea. Di fronte alla tragedia che si sta consumando in Iraq e soprattutto in Siria ad opera delle truppe del Califfato, l’Italia ha scelto un basso profilo.

Mentre gli alleati partecipano ai raid aerei della coalizione a guida Usa, noi ci siamo limitati a fornire qualche armamento, che da tempo si trovava nei nostri magazzini, ai peshmerga curdi e ad assicurare un non meglio specificato rifornimento in volo.

Di fronte alla sostanziale latitanza del nostro governo, bene hanno fatto i Presidenti delle Commissioni affari esteri del Senato e della Camera, Pierferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto, a richiamare l’attenzione, con un intervento sul Corriere della Sera (11 ottobre), sulla tragedia che si sta consumando a Kobane e a sollecitare un’efficace azione internazionale. Ma con quali mezzi e quali iniziative?

Le Nazioni Unite
La proposta è di un’efficace azione delle Nazioni Unite. Ma, ahimè, le Nazioni Unite possono sì intervenire, ma con quale incisività è tutto da dimostrare. Un intervento armato dell’organizzazione mondiale, volto ad imporre la pace, è fuori discussione: esso sarebbe conforme allo spirito dello statuto, ma le relative disposizioni non hanno mai trovato una compiuta attuazione.

Operazioni di mantenimento della pace sono possibili, ma dipendono dal consenso delle parti e soprattutto dal consenso della Siria. La condicio sine qua non è una risoluzione del Consiglio di sicurezza (Cds), la cui adozione postula il voto positivo di nove membri sui quindici componenti l’organo, incluso il voto dei cinque membri permanenti, ognuno dei quali potrebbe porre il veto (vedi Russia, ma anche Cina) e paralizzare l’azione del Consiglio.

Le Nazioni Unite potrebbero proclamare un’area protetta intorno a Kobane e/o altre località. Ma anche in questo caso è necessaria una risoluzione del Cds, che rimarrebbe esposta al veto russo-cinese. Tra l’altro la proclamazione dell’area protetta senza l’invio di truppe che ne assicurino la difesa non ha nessuna efficacia, come dimostrano le esperienze del passato.

Prova ne sia l’area protetta di Srebrenica, dove le forze Onu presenti restarono impotenti e non riuscirono a prevenire il massacro della popolazione operato dai serbo-bosniaci. L’elenco potrebbe continuare.

L’esperienza dimostra che le Nazioni Unite, in quanto organizzazione, difficilmente possono attuare una politica d’intervento che comporti l’uso della forza armate. Esse, tramite il Cds, possono però autorizzare gli stati a farlo, com’è avvento per la Libia nel 2011 e come non si è potuto realizzare per la Siria, a causa del monopolio dei membri permanenti del Consiglio sulle questioni che comportano l’uso della forza armata.

Anche la pretesa della Turchia, secondo cui gli stati Uniti dovrebbero istituire una no-fly zone intorno a Kobane prima che l’esercito turco si decida ad attraversare il confine, richiederebbe in linea di principio una risoluzione del Cds, in assenza del consenso della Siria. Senza dimenticare che l’obiettivo della no-fly zone non sarebbe tanto la protezione contro le forze del Califfato, che non dispone di una aviazione, quanto un intervento contro il regime di Assad.

Intervento senza mandato delle Nazioni Unite
Non resta quindi che intervenire senza un mandato delle Nazioni Unite. Sarebbe giuridicamente fondato?

Vi potrebbe essere una duplice giustificazione:
a) L’intervento armato è stato richiesto dall’Iraq, per combattere le forze del Califfato presenti sul suo territorio. Ciò è perfettamente lecito. Il governo costituito può chiamare in soccorso altri stati per stroncare una ribellione. A prima vista questa esimente non sembrerebbe giustificare lo sconfinamento dei raid aerei in Siria. Ma così non è, poiché l’Iraq ha diritto di esercitare la legittima difesa nei confronti di attacchi provenienti dalla Siria ad opera dei combattenti del Califfato. La legittima difesa contro attori non statali è ormai nozione acquisita e si può intervenire in territorio altrui (in questo caso la Siria) per contrastare la minaccia. Gli Stati Uniti e i loro alleati, con i loro raid aerei in Siria, non fanno altro che esercitare il diritto di legittima difesa collettiva;

b) L’altra giustificazione è quella dell’intervento umanitario. A parere di chi scrive l’intervento umanitario è illecito senza l’autorizzazione del Cds, non condividendo neppure il sofisma per cui l’intervento sarebbe illecito ma legittimo. Tuttavia gli stati occidentali, Italia inclusa, hanno invocato questa esimente per intervenire in Kosovo e in altre occasioni.

Conclusioni
In conclusione, occorre realisticamente ammettere che non è sufficiente invocare l’intervento delle Nazioni Unite che, nell’attuale situazione, sono impotenti. Al massimo possono adottare, come hanno fatto, una risoluzione che obbliga gli stati ad impedire che loro cittadini si arruolino nelle truppe del Califfato.

Un’efficace politica d’intervento resta prerogativa degli stati, che possono vantare solide giustificazioni giuridiche. Si tratta quindi solo di volontà politica e di prendere atto che i raid aerei senza un impegno sul terreno servono a ben poco.

Quanto all’Italia e al suo basso profilo, il nostro paese non può trincerarsi dietro l’alibi delle Nazioni Unite. Tra l’altro un’azione più robusta non sarebbe contraria all’art. 11 della Costituzione, che condanna la guerra d’aggressione, mentre nel caso concreto si tratterebbe di un intervento in legittima difesa collettiva o, se si preferisce, di un intervento umanitario che, in quanto tale, non costituisce un atto di aggressione, qualora sia genuinamente motivato.

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