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Referendum catalano

Prova di forza tra Madrid e Barcellona

15 Ott 2014 - Marco Calamai - Marco Calamai

A meno di un mese dalla tanto attesa e discussa consultazione del prossimo 9 novembre sul futuro della Catalogna – respinta dal governo del conservatore Mariano Rajoy e sospesa dal Tribunale costituzionale – crescono gli interrogativi sul possibile sviluppo di questo conflitto, di certo il più grave della recente storia spagnola.

Rajoy pronto a trattare
Il primo ministro spagnolo ha dichiarato di essere disposto a “negoziare per arrivare a un punto d’incontro”, precisando che tale trattativa deve avvenire nel “rispetto della legge”. Quale legge? Quella attuale della Costituzione che non consente un referendum a livello locale? Sembra un dialogo tra sordi.

Tuttavia è verosimile che dietro l’apparente unità interna, il Partito popolare in caduta libera nei sondaggi (ora criticato da ogni parte per la gestione a dir poco maldestra dei casi di ebola) nasconda fortissimi dubbi su come procedere. Da qui al 9 novembre, dunque, molte novità possono influire sulla prova di forza tra Madrid e Barcellona.

Fronte indipendentista catalano diviso
Ci sono alcuni segnali che sembrano confermare crescenti divisioni del fronte “catalanista”, indipendentista. Artur Mas, il presidente della Generalitat, l’istituzione di autogoverno della Catalogna, sarebbe orientato a consolidare la consultazione, priva di valore legale, con elezioni anticipate straordinarie (realizzabili senza problemi) il cui risultato avrebbe in ogni caso un forte impatto politico e psicologico.

Mas spera così di nascondere la prevedibile caduta elettorale della sua formazione politica, Convergència i Unió (CyU), aggravata dallo scandalo fiscale che vede coinvolto il suo storico padrino Jordi Pujol in un accordo elettorale con Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), il partito da sempre orientato all’autodeterminazione e che ora i sondaggi danno vincente.

Mas teme inoltre, a ragione, che il braccio di ferro legale in corso finisca per logorare il consenso dei catalani nei confronti del processo indipendentista. Per il momento, tuttavia, Erc si oppone alle elezioni anticipate e insiste sulla consultazione indipendentista, decisa a capitalizzare a suo vantaggio il malessere crescente della popolazione verso l’intransigenza del governo Rajoy.

Crisi dello stato-nazione spagnolo
La secolare questione catalana è tornata a galla l’11 settembre 2012, in occasione della Diada, ricorrenza nella quale si ricorda la resa di Barcellona, nel 1714, al Borbone Filippo V. Decine di migliaia di bandiere catalane hanno colorato una manifestazione oceanica, espressione di uno stato d’animo collettivo contrario allo stato spagnolo.

Il disagio sociale provocato dalle misure di austerità di cui erano considerati colpevoli sia Madrid che Barcellona, è stato abilmente sfruttato da Mas durante il comizio verso l’obiettivo dell’indipendenza.

Sfruttare questa antica rivendicazione per oscurare il profondo malessere sociale di larghi strati della popolazione rappresenta tuttavia un’operazione che rischia di avere il respiro corto.

Come ha detto il noto scrittore Julian Marias: “Se i catalani decidono di andar via, facciano pure. Ma lo facciano bene. Si ha l’impressione che tutto sia manipolato, troppo diretto”.

Siamo dunque di fronte a complesse manovre e scelte tattiche la cui evoluzione è difficile ipotizzare. Il tema divide radicalmente la società spagnola e perfino le singole famiglie. Soprattutto, ma non solo, in Catalogna.

Per i partiti è in gioco il loro futuro di fronte a una inquietante crisi dello stato-nazione spagnolo. La destra in particolare, condizionata da antiche e tuttora radicate pulsioni centraliste e autoritarie (la vecchia ideologia nazional-cattolica) continua a esprimere un impaccio culturale di fondo di fronte ai conflitti che suscitano dinamiche emotive di lunga durata.

Lo si è visto nella gestione della riforma sull’aborto (conclusa con un clamoroso passo indietro del governo di fronte a una maggioranza di elettori conservatori che chiedevano il pieno rispetto dei diritti acquisiti).

Le difficoltà riguardano anche l’opposizione socialista. La generica proposta di nuova Costituzione federale dei socialisti non appare convincente e per ora non trascina la gente.

Tra l’indipendenza strappata ad ogni costo e la rigida difesa delle attuali strutture statali della destra al potere sembra per il momento non esserci una valida terza via. Il tutto s’intreccia con la crisi di rappresentanza dei due principali partiti, i popolari del Pp e i socialisti del Psoe, che non riescono a recuperare la verticale caduta di consenso che la crisi economica e la diffusa corruzione hanno alimentato verso le diverse elite (anche in Spagna la “casta” è sotto accusa).

Appare in definitiva chiaro che la questione catalana è legata al nuovo clima creato dal crescente conflitto tra la generazione che ha vissuto la transizione post franchista e quella che invece ritiene tale fase conclusa e ora cerca il suo superamento con formule innovative di partecipazione democratica.

Lo dimostra il successo imprevisto della formazione Podemos, espressione di una protesta non tradizionale che i sondaggi danno in continua crescita a scapito soprattutto dei socialisti.

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