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Unione europea

Nuovo sguardo di Junker sul cortile di casa europeo

20 Ott 2014 - Maria Serra - Maria Serra

La differenza terminologica per individuare il portafoglio dell’Unione europea (Ue) preposto al perseguimento delle politiche di allargamento – da “Allargamento e politiche europee di vicinato” a “Politiche europee di vicinato e negoziati per l’allargamento” – risponde a un chiaro cambiamento di approccio da parte della Commissione di Jean-Claude Juncker nei confronti del cortile di casa europeo.

Dietro tale orientamento risiedono considerazioni di tipo geopolitico, oltre che economico e politico, che fonderanno l’azione della nuova direzione generale innanzitutto sul potenziamento delle capacità di assorbimento e sulla preferenza della qualità – più che della velocità – del processo di integrazione europea.

Lista di attesa per l’ingresso nell’Ue
L’allarmismo creatosi intorno alla dichiarazione di Juncker circa il fatto che nei prossimi cinque anni proseguiranno solo i negoziati con i paesi che hanno già ottenuto lo status di candidato ufficiale e con i quali sono state già avviate le trattative – escludendo quindi dal raggio degli interlocutori quasi certamente i candidati potenziali (Bosnia-Erzegovina e Kosovo) – esce ridimensionato se si considerano due fattori.

Il primo è relativo al fatto che tutti i paesi attualmente candidati non hanno comunque una prospettiva di ingresso prima del 2020: in alcuni casi i negoziati sono alle prime battute (Montenegro e Serbia), in altri stanno per cominciare (Albania) o non sono mai iniziati (Macedonia), in altri ancora hanno subìto un sensibile rallentamento o sono stati congelati (Turchia e Islanda).

In secondo luogo, i meccanismi di condizionalità a cui si stanno sottoponendo questi stessi paesi sono già da tempo più stringenti rispetto a quelli a cui si sono dovuti uniformare i dieci stati – se si escludono le adesioni di Bulgaria, Romania e, da ultimo, Croazia – protagonisti dell’ingresso big bang nel 2004.

Questo per due motivi: da un lato il quinto allargamento ha evidenziato successive criticità in termini sia di sostenibilità politica sia di mantenimento di stessi standard di sviluppo politico, economico e sociale; dall’altro i paesi in lista di attesa per l’ingresso nell’Ue sono quelli reduci dall’esperienza della disgregazione jugoslava e dei conflitti balcanici.

La progressiva convergenza tra Europa occidentale ed Est tracciata a partire dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003, e di cui la crisi congiunturale del 2008/2009 ha rilevato la fragilità di alcuni equilibri, richiede dunque ora maggiori sforzi da parte dei paesi del sud-est europeo nell’adeguarsi effettivamente all’acquis communautaire.

È in ragione di ciò che nei Progress Reports pubblicati l’8 ottobre anche la Commissione europea uscente, eccezion fatta per le raccomandazioni circa l’apertura delle trattative con la Macedonia e di due nuovi capitoli negoziali con la Turchia, non ha suggerito nessun nuovo step legale con i paesi della regione balcanica.

Crisi ucraina e politica di vicinato
La crisi ucraina e il conseguente raffreddamento dei rapporti tra Bruxelles e Mosca hanno rilevato una certa impreparazione delle politiche di vicinato nella misura in cui queste ultime non hanno tenuto conto della Russia, della sua agenda politica e del soft power che essa riesce a esercitare nello spazio ex-sovietico.

Anteporre la politica europea di vicinato ai negoziati per l’allargamento, rivedendone dunque gli strumenti oltre che l’estensione (se si considera l’impegno del Ministro Federica Mogherini a prestare maggiore attenzione al vicinato europeo), significherà conferire alla nuova direzione generale un’impronta più votata alla sicurezza, in evidente connessione proprio con l’ufficio dell’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune.

Così anche la precedente esperienza dell’attuale commissario responsabile della politica di vicinato Johannes Hahn al portafoglio delle politiche regionali suggerisce l’impegno a far sì che il processo di europeizzazione resti per questi paesi l’unica opzione realmente credibile.

Paesi candidati disinteressati
Lo spettro di una nuova recessione, d’altra parte, rende impensabile che l’Ue possa farsi carico nel breve periodo di oneri derivanti dal sostegno a nuovi stati membri, ma che preferisca piuttosto optare per l’approfondimento degli strumenti già in essere, per una migliore allocazione dei fondi già destinati (11 miliardi di euro fino al 2020) e per una maggiore coesione interregionale.

La stessa situazione economica e monetaria e le discussioni politiche che si stanno sviluppando su queste precedono evidentemente qualsiasi dibattito relativo a una revisione delle strutture istituzionali per adattare nuovamente il loro funzionamento e il processo decisionale a nuovi ingressi.

In questo contesto è chiaro che il rischio maggiore per l’Ue è che i paesi candidati perdano l’interesse a proseguire sul cammino europeo. Alla nuova Commissione spetterà dunque di riuscire a calibrare i giusti incentivi affinché lo slancio all’allargamento resti immutato nel tempo e che quella di integrazione dei paesi dell’Europa sud-orientale resti una politica di successo quale finora è stata.

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