IAI
La nuova Alta rappresentante dell’Unione europea

Mogherini e Ashton, troviamo le differenze

16 Ott 2014 - Lorenzo Vai - Lorenzo Vai

Le quasi tre ore di audizione affrontate da Federica Mogherini, Alto rappresentante (Ar) designato per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea (Ue), davanti ai membri della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo, sono andate bene.

Nessuna domanda sembra aver colto impreparata l’attuale Ministro degli Affari Esteri italiano, che ha retto bene la “interrogazione” riuscendo a dribblare i temi più caldi (crisi in Ucraina e Vicino-Oriente su tutti), oltre a scacciare i timori che aleggiavano nei confronti della sua inesperienza. Insomma, l’ufficiale investitura tramite il voto del Parlamento europeo (Pe), previsto per mercoledì 22 ottobre, appare ormai come una formalità.

Per dovere di cronaca, bisogna dire che l’interrogazione della “studentessa” Mogherini non sembra aver incontrato un “professore” troppo severo (meglio non farlo sapere alla rimandata, in Slovenia, Alenka Bratušek).

Diverse delle questioni poste alla futura Ar hanno trovato risposte generiche, che sembrano aver tuttavia soddisfatto i membri della Commissione, rivelatisi bendisposti – dopo anni di pragmatismo “insulare” – davanti all’europeismo sfoggiato da Mogherini, e sicuramente consci delle difficoltà che l’attendono.

Difficoltà che il suo predecessore Catherine Ashton ha avuto modo di conoscere fin troppo bene negli ultimi cinque anni, pagando un prezzo in critiche forse superiore alle proprie mancanze personali (il dibattito, ormai sterile, rimane aperto).

Promesse di discontinuità
Se un confronto tra i due profili rischia di risultare prematuro, l’audizione e le prime scelte del Ministro italiano hanno però già messo in luce alcune differenze rispetto alla precedente gestione. Ad iniziare dalla decisione di spostare l’ufficio dell’Alto rappresentante dal Triangle Building, sede del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione.

Un trasloco per ora simbolico, ma teso ad affermare l’esplicita volontà di perseguire un maggior attivismo all’interno del collegio dei commissari – di cui l’AR non a caso è vicepresidente – ed una più presente azione di coordinamento delle politiche comunitarie aventi proiezioni esterna.

Una scelta che si discosta dalla maggior attenzione dedicata da Lady Ashton ai lavori del Consiglio dell’Ue riguardanti la Politica estera di sicurezza comune (Pesc), la componente di high politics intergovernativa dell’azione esterna dell’Unione.

Proprio sul fronte Pesc, un cambio di atteggiamento anticipato da Mogherini potrebbe riguardare la visione strategica della politica estera europea, una cui esplicita formulazione risulta oggi assente o non aggiornata (l’ultima revisione della Strategia europea di sicurezza risale al 2008).

L’apertura della nuova Ar verso la stesura di un simile documento d’indirizzo sembra quindi sconfessare la ritrosia mostrata dal suo predecessore nei confronti di qualsiasi strategia a medio-lungo termine.

Per quanto riguarda invece i rapporti con il Parlamento europeo, Mogherini si è dimostrata attenta a comprenderne da subito l’importanza, sia per gli equilibri istituzionali sia per il rafforzamento della legittimità democratica dell’azione esterna.

Nonostante in materia di Pesc il ruolo del Pe risulti quasi esclusivamente di consultazione o informazione, è apparso da subito chiaro l’impegno da parte della neo-Ar nel promettere un maggior numero di audizioni ed incontri, sia formali che informali.

Anche in questo caso si tratta di un cambio di rotta rispetto ad Ashton, volenterosa ma troppo spesso assente di fronte alla Commissione Affari esteri e alla plenaria del Pe.

Vecchie e nuove sfide
Sebbene la fiducia iniziale non si neghi (quasi) a nessuno, potrebbe risultare più difficile del previsto la razionalizzazione dei processi decisionali in seno agli organi adibiti a delineare ed attuare la politica estera europea, comunitaria o intergovernativa che sia. Un problema causa di molte inefficienze, del quale Mogherini si è dimostrata a conoscenza (lo aveva già sollevato Ashton nel suo riesame del Seae), ma vaga sul come risolverlo.

Tralasciando l’importante lavoro di revisione della struttura e del funzionamento del Seae (una macchina burocratica con circa 3400 dipendenti e mezzo miliardo di euro di budget annuo) che l’Ar sarà chiamata a svolgere nei prossimi mesi, o l’atteso rilancio di strumenti politici rimasti fino ad ora inutilizzati (basti pensare alla cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa), il primo banco di prova per tracciare qualche auspicabile differenza tra chi si è avvicendato alla conduzione della politica estera europea rimangono le crisi.

A Catherine Ashton toccarono le rivoluzioni arabe, e non le andò benissimo. A Federica Mogherini non sembra essere andata molto meglio. La crisi in Ucraina, con l’inverno alle porte e i venti di guerra al confine della Turchia, potrebbe trasformare il suo primo giorno di lavoro in un incubo.

Aspettando quindi di capire se l’elezione di Mogherini ad Alto rappresentante diventerà una bella notizia per l’intera Ue, più che una semplice vittoria per l’Italia, non ci resta che augurarle un sentito “in bocca al lupo”: ne avrà bisogno, chieda ad Ashton.

Articolo pubblicato su Centro studi sul federalismo.

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