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Medio Oriente

Le periferie della grande guerra contro il califfato

7 Ott 2014 - Ugo Tramballi - Ugo Tramballi

Potremmo chiamarli paesi alla periferia della Grande Guerra mediorientale che si combatte fra i territori della Siria e dell’Iraq. Ma solo geograficamente: la definizione di periferia non spiega la complessità del loro coinvolgimento.

Nella realtà delle cose Iran, Turchia e Israele sono qualcosa di più pericolosamente concreto: paesi ai confini del campo di battaglia. Chi più chi meno, chi già parte del conflitto e chi non ancora, chi in grado di farlo precipitare e chi di contribuire a una soluzione, il futuro è comune: sono tutti sul ciglio del baratro.

Iran, pedina indispensabile
L’importanza della repubblica islamica sciita è semplice: non c’è soluzione del confitto senza la sua partecipazione. Non solo perché Teheran è l’altra capitale, opposta a Riyadh, dello scisma islamico che ha le sue responsabilità nel caos mediorientale.

Come Washington e Mosca ai tempi della Guerra fredda, Iran e Arabia saudita non si sono mai confrontati direttamente. Ma come quello ideologico fra Usa e Urss, lo scontro religioso fra sciiti e sunniti che fa a capo ai due paesi è da anni cruento altrove: Libano, Iraq, Siria, Yemen, Bahrein.

L’Iran era stato escluso dai due vertici di Ginevra sulla Siria ed entrambi non sono serviti a nulla. A settembre era stato tenuto fuori anche da quello di Parigi, una specie di arruolamento generale alla guerra contro l’autoproclamatosi “stato islamico”.

In tutti i casi è sempre stata l’Arabia Saudita a non volerlo. Le nazioni e le forze raccolte a Parigi saranno forse sufficienti a sconfiggere il califfato militarmente, ma non a costruire una struttura regionale di sicurezza collettiva. Non è possibile senza l’Iran.

La sua importanza diventerà ancora più evidente nella trattativa sul nucleare, appena ripresa e che dovrebbe arrivare a una conclusione entro novembre. Se il negoziato con i 5+1 (i membri del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania), soprattutto con gli Stati Uniti, raggiungerà un compromesso, l’Iran diventerà la nazione indispensabile della regione.

Turchia sempre più sola
Essere indispensabile era l’ambizione di Recept Erdoğan. A Gaza, in Egitto, in Libia, in Siria, per affermare l’Islam politico moderato in un’internazionale dei Fratelli Musulmani da lui guidata, che avrebbe tenuto sotto controllo i movimenti più radicali.

Non era quello di una nuova Sublime Porta il modello che aveva in mente il premier turco da poco presidente, ma il suo disegno mediorientale aveva qualcosa d’imperiale. È stato invece un fallimento totale.

Mai come oggi la nascita di uno stato curdo è un’eventualità possibile; due alleati strategici come Egitto e Israele si sono trasformati in entità ostili; qualsiasi forma di adesione all’Unione europea è al momento impensabile. Le 565 miglia di frontiera con la Siria, un tempo sigillate dall’esercito più forte della Nato dopo quello Usa, sono porose come il confine tra Pakistan e Afghanistan.

La zona cuscinetto invocata dalla Turchia nella parte siriana del confine, se oggi fosse creata si trasformerebbe in un Waziristan sul Mediterraneo. Perché funzioni, aveva calcolato il generale Martin Dempsey, capo di Stato maggiore delle forze armate americane, servirebbe almeno un miliardo di dollari.

Ma ormai non è più una questione di soldi: è un problema di credibilità turca. La Turchia ha aderito alla coalizione anti-califfato in modo ambiguo, svelando la sua debolezza. Ciononostante nella Grande Guerra Mediorientale è ormai dentro fino al collo. È il campo di battaglia siro-iracheno ad aver debordato dentro i suoi confini.

Israele distante ma al centro del conflitto
Lo stato ebraico è come l’occhio del ciclone dentro il quale non accade nulla mentre attorno è la catastrofe. Probabilmente i suoi servizi segreti sono i più informati, ma Israele mantiene dal conflitto una distanza apparentemente olimpica. In Siria non è mai intervenuto se non nei rari episodi in cui è stata superata la sua linea di sicurezza nota a tutti: trasferimento dal regime a Hezbollah di armamenti sensibili, sconfinamento di aerei siriani.

In Iraq il califfato ha molte altre priorità prima di decidere di mettere in programma anche la liberazione della Palestina. Solo il fallimento del negoziato sul nucleare iraniano potrebbe spingere Israele a scendere direttamente in campo.

In prospettiva, tuttavia, la Grande Guerra Mediorientale sta già avendo un effetto. Pochi israeliani, anche fra i lettori del quotidiano liberal Ha’aretz, sarebbero favorevoli oggi a uno stato palestinese: una reazione istintiva, con un mondo arabo così caotico alle frontiere, dal Sinai alla Siria.

Su questo si fonda il consenso solido e duraturo al governo di destra-centro di Benjamin Netanyahu il quale, sfortunatamente, non resta in attesa degli eventi regionali: l’occupazione della Cisgiordania continua, si allarga, si consolida. Oggi interessa a pochi, ma la questione palestinese ha dimostrato di essere tenace. Prima o poi rientrerà nel grande conflitto.

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