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Medio Oriente

La crisi dello Yemen non è solo un problema di Sana’a

14 Ott 2014 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Dopo mesi di conquiste territoriali, gli huthi – i ribelli sciiti zaiditi che rivendicano l’autogoverno delle regioni del nord dello Yemen – hanno occupato la capitale Sana’a, prima accampandosi e manifestando contro il governo e il taglio ai sussidi sui carburanti, poi espugnando, con le armi, i centri del potere.

Da questa condizione di forza politica e militare, il movimento Ansarullah – braccio partitico dei seguaci del defunto Husayn Al-Huthi – ha accettato l’Accordo nazionale di pace che prevede la formazione di un governo tecnico sostenuto da tutti gli attori politici yemeniti (compresi gli autonomisti del sud) entro un mese dalla firma.

L’Accordo è già stato disatteso dalle parti, ma finora ha frenato la violenza urbana fra huthi e filogovernativi, che ha causato oltre 200 morti e 400 feriti a Sana’a.

Saleh-huthi vs Al-Ahmar
Quando i miliziani huthi, sospettati di ricevere sostegno materiale dall’Iran, hanno fatto irruzione nei palazzi della capitale, il ministero degli interni ha ordinato alle forze di sicurezza di non reagire.

Prima, l’esercito si era infatti già spaccato, non solo a Sana’a ma anche nella precedente, cruciale battaglia per Amran, vinta dagli huthi: i numerosi ranghi legati al General people’s congress (Gpc) dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh avevano apertamente appoggiato la causa dei ribelli, o attuato forme di desistenza sul campo, contrapponendosi così alle formazioni vicine a Islah (il partito che accoglie i Fratelli e i salafiti locali) e alla tribù degli Al-Ahmar.

Questo perché le forze armate yemenite non sono costruite sul criterio della professionalizzazione, ma sull’appartenenza e la fedeltà clanico-tribale, riflettendo gli equilibri di forza tra i partiti e le tribù.

La rete di potere che fa capo alla famiglia Saleh, ancora forte, approfitterebbe ora dell’avanzata degli insorti sciiti per emarginare gli Al-Ahmar, partner ma rivali di sempre, che hanno monopolizzato i posti-chiave della macchina pubblica grazie all’esecutivo di unità, in carica dal 2012.

Esercito yemenita spaccato
I tentativi di riforma delle forze armate avviati dal presidente ad interim Abdu Rabu Mansour Hadi hanno provocato l’aumento dell’insubordinazione nell’esercito, specie nelle regioni centro-meridionali di Abyan (la stessa di Hadi) e Mareb.

Nel 2012, Hadi ha rimosso Ahmed Saleh, il figlio dell’ex presidente, dal vertice della Guardia repubblicana e ha sollevato il generale Ali Mohsin dalla guida della prima divisione armata (di cui fa parte la 310ma Brigata di Amran); in seguito, entrambi i corpi speciali sono stati sciolti.

Le diserzioni si registrano soprattutto nelle unità di élite, meglio addestrate ed equipaggiate, ma in prima linea nel gioco politico. In più, il governo fatica a pagare gli stipendi del sovrabbondante comparto militare, gravato anche dal fenomeno dei lavoratori-fantasma, false identità che percepiscono stipendi statali, a volte persino doppi.

La conflittualità interna all’esercito yemenita preoccupa la Casa Bianca: gli attacchi con i droni necessitano, a terra, dell’appoggio di Sana’a per le operazioni di counterterrorism (specie nel lungo periodo) contro Al-Qaeda nella penisola arabica e l’affiliata Ansar Al-Sharia.

Secondo il Long War Journal, gli attacchi Usa dal cielo nel 2014 sono stati finora 19, concentrati fra Hadramaout e Mareb, in diminuzione rispetto ai 26 del 2013 e ai 41 dell’anno record 2012. Già nel 2011, sette emirati islamici vennero proclamati fra le regioni meridionali di Abyan e Shabwa, prototipi dell’autoproclamatosi Stato islamico (Is), in parte smantellati grazie all’azione congiunta di droni ed esercito.

Aiuti e rotte petrolifere dai Friends of Yemen
Mentre a Sana’a infuriava la battaglia, la Conferenza ministeriale dei Friends of Yemen, i paesi donatori, si riuniva a New York, co-presieduta da Arabia Saudita e Gran Bretagna, per fare il punto su aiuti internazionali allo sviluppo e processo di transizione. Solo il 39% delle promesse di donazione sono state onorate e appena la metà del denaro pervenuto è stato investito in concreti progetti di aiuto.

Pare davvero improbabile che il 2015 sia, per lo Yemen, l’anno del referendum sulla nuova costituzione (la prima bozza è in ultimazione), nonché delle elezioni presidenziali e politiche, come previsto dall’accordo di transizione scritto dal Consiglio di Cooperazione nel novembre 2011 e adottato dall’Onu.

Di certo, l’instabilità violenta dello Yemen inquieta le vicine monarchie del Golfo, impegnate nella Coalizione del presidente statunitense Barack Obama contro Is e possibili bersagli della ritorsione jihadista.

Vi è poi una lettura di tipo geopolitico. Se gli huthi prendessero il controllo – come stanno provando a fare – dei terminal petroliferi di Hodeida, porto occidentale yemenita, la rotta petrolifera-commerciale (e del contrabbando) del Bab Al-Mandeb (fra Mar rosso e Africa orientale) entrerebbe nell’orbita sciita, come già lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran. Anche per questo, la crisi yemenita non è solo un problema di Sana’a.

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