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Medio Oriente

Fare la guerra al Califfo, fingendo di non farla all’Islam

23 Ott 2014 - Mario Arpino - Mario Arpino

“Non intendo fare guerra all’Islam” aveva detto il presidente statunitense Barack Obama annunciando, controvoglia, la decisione di iniziare la campagna aerea contro il Califfo.

Bella frase, condivisibile e apprezzata da tutto l’Occidente. Molto meno e solo di maniera dal mondo arabo sunnita, che sta reagendo impegnandosi al minimo ed esclusivamente in termini di facciata.

Più sollecito e “responsivo” il mondo sciita che, pur escluso, ha intravisto una possibilità di rivalsa e, con concretezza, ha da tempo anticipato i tempi di risposta.

Per quanto riguarda l’Italia, il pericolo dell’autoproclamatosi stato islamico (Is) sembra che non ci sia già più, tanto che sui mezzi di informazione ha subito ceduto il posto all’Ebola.

Propositi del Califfato
Bella frase, abbiamo detto, quella di Obama. Peccato che per molti “veri credenti” sia senza senso e priva di logica. Senza la loro logica. Quindi, inapplicabile e foriera di una missione impegnativa, se non impossibile.

Infatti, ha parlato come se i propositi di questo Califfato – ovvero la costituzione nel tempo di un grande stato islamico e l’assoggettamento finale degli “infedeli”- non fossero concetti antichi, ben radicati.

Concetti che esercitano ancora un forte richiamo, quale suadente sirena cui per molti musulmani – anche europei di seconda e terza generazione – è quasi impossibile resistere.

Gli stati arabi – a parte forse l’Egitto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi – si muovono con pigrizia, esitazione e scarsa efficacia, mentre, al contrario, il messaggio del Califfo è stato subito recepito dai nuclei puri e duri, sempre latenti all’interno di ciascuna delle comunità sunnite sparse nel mondo.

Che l’Occidente, per “motivi umanitari”, in acritica adorazione dei propri idoli, ogni giorno facilita. Ecco perché il pensiero militare dell’Is sta avendo così ampio successo: viene riconosciuto dai veri credenti come parte integrale della “strategia” del pensiero fondante dell’Islam e delle sue fonti di alimentazione.

È in questo contesto che dobbiamo calarci per cercare di capire il pensiero basico dell’Is e il suo concetto di stato: qualcosa di unico e universale, con la rigida logica di leggi provenienti da Dio e dal Profeta, e quindi sacre, assolute, immutabili ed intoccabili.

L’approccio per noi è difficile, per cui per capire cosa fa l’Is e che cosa alla fine vuole realizzare è necessario spogliarsi per un momento delle categorie occidentali e trasporsi nel contesto culturale dell’ambiente che nei giorni scorsi ci hanno fatto vedere.

Il pensiero strategico-militare
L’Islam radicale è un pacchetto unico: o lo guardiamo così, o saremo condannati a subirlo senza capire perché.

Anche nei cosiddetti “moderati” tutto ciò è latente, forse non più di moda, ma comunque esiste, pronto a emergere di fronte a scomode alternative. Secondo Valeria Piacentini, dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, “…nell’Islam la scienza della guerra e il suo pensiero assumono ruoli, ambiti e contenuti particolari, molto diversi da quelli che hanno avuto (e hanno tuttora) in ambito occidentale”.

Il trinomio forza, potere e autorità è inscindibile dal credo religioso, ed è proprio la forza militare che assume valore abilitante sia nella dottrina, sia nella prassi: senza la forza non può esistere l’autorità, e quindi lo Stato. Contribuire allo sforzo (jihad) per realizzare la umma (comunità globale) è un diritto-dovere di ogni credente. Ma, al di là di quelli che sono i nostri concetti spazio-temporali, non c’è fretta.

Jihad come azione militare
L’obiettivo tuttavia va conseguito in ogni modo: la guerra, quella che ha consentito la prima fase dell’espansione, è il metodo più rapido, sebbene lunghe tregue militari siano tatticamente accettabili.

È da qui che nasce l’interpretazione occidentale di jihad (sforzo) come “guerra santa”. Questo tipo di conflittualità è previsto dal Corano nei così detti “Versi della Spada”, dove si ordina di combattere senza condizioni coloro che non credono, sterminando gli infedeli che non vogliono sottomettersi, gli apostati e tutti i colpevoli di idolatria.

Versi che, oggi, riecheggiano lugubremente nelle parole di Abu Bakr al-Bagdadi, il fondatore dell’Is, e hanno già trovato visibile applicazione nello sterminio di massa degli Yazidi.

Certo, i “moderati” obiettano che questo non è vero Islam. Però in una qualche misura li attira, e non siamo proprio così certi che, al dunque, tutti ne prenderanno le distanze.

È come quando, qui da noi, si cercava di analizzare la lotta di classe. Solo pochi erano i veri accaniti contro i “padroni”, ma anche i più dubbiosi non riuscivano a mascherare del tutto la propria soddisfazione quando questi venivano messi in difficoltà.

Sarà dura, per Obama e per tutti noi. Fare la guerra fingendo di non farla non è mai stato facile.

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