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Medio Oriente

Drusi, i non allineati alla ricerca di un ruolo

4 Ott 2014 - Mario Arpino - Mario Arpino

In un’epoca in cui tutta l’area medio-orientale è destinata a un riassetto generale, di cui la variegata coalizione contro l’autoproclamatosi nuovo califfato è già oggi emblematica, la comunità drusa potrebbe ritagliarsi un ruolo limitato, ma importante.

I drusi, una setta antica nata attorno all’anno mille, dopo un lungo periodo di persecuzioni sunnite trovarono rifugio in quella regione del Levante che oggi corrisponde grossomodo a Giordania, Libano, Siria meridionale ed Alta Galilea, in Israele.

La loro dottrina è un compendio di varie religioni e filosofie, che spaziano tra induismo ed ebraismo, cristianesimo e islam, gnosticismo e neo-platonismo. È una religione chiusa, senza nuove conversioni perché crede nella reincarnazione. Gli adepti sono oggi circa 700 mila, di cui almeno 20 mila vivono in Israele.

Conversioni a U
In Siria, Israele e Libano, i drusi si sono da tempo integrati, arruolandosi nell’esercito ed eleggendo propri rappresentanti nei parlamenti nazionali. In genere, nei conflitti civili si astengono, preferendo politiche di attesa: atteggiamento forse dettato da un calcolo pragmatico di sopravvivenza della comunità, che, come si è detto, è “chiusa” da secoli. Nei territori del Levante, tuttavia, i drusi aspirano a un ruolo positivo.

Sebbene numericamente poco rilevanti, non sono mai stati interamente passivi in alcuno dei paesi dove sono presenti. L’affidabilità politica storicamente non è eccellente, essendo generalmente dediti ad attività di tipo agricolo e mercantile trasversali ai tre paesi.

Tuttavia numerose sono le occasioni in cui i Drusi hanno acquistato peso, divenendo l’ago della bilancia tra forze politiche, etniche e confessionali, da sempre in equilibrio precario. Basta pensare al ruolo giocato dal leader Walid Jumblatt all’interno della compagine del nuovo governo libanese.

Per quanto riguarda la situazione in Siria, il leader druso, il cui padre era stato ucciso nel 1977, pare per ordine del partito Baath siriano, in questi ultimi tre anni ha cambiato più volte idea, con sorprendenti “conversioni a U”.

Lo zig-zag di Jumblatt
Favorevole inizialmente alla rivoluzione, tanto da invitare gli ufficiali drusi a lasciare i ranghi governativi siriani per unirsi ai ribelli, Jumblatt è poi diventato scettico sul futuro di entrambe le compagini. Oggi però pare nuovamente a favore di Bashar al-Assad.

Addirittura si favoleggia di una sua lettera al rais perché riassorba nei ranghi dell’esercito regolare i disertori. Non è certamente una perla di affidabilità, ma nei momenti critici è sicuramente in grado di mediare. E così potrebbe fare in futuro, sebbene ancora non si comprenda cosa uscirà dalle macerie di questo conflitto.

Ciò che è certo, ormai è accaduto più volte, è che rimarrà comunque sulla scena e che Siria, Libano e Israele potrebbero trarne vantaggio qualora riprendessero le discussioni, ad esempio, sul futuro delle contestate alture del Golan.

Non sempre però i drusi sono ricordati come temporeggiatori. Vi sono momenti della Storia in cui la loro iniziativa e leadership sono state assai determinate, come ai tempi della rivoluzione siriana del 1925 contro l’occupazione francese. Il generalissimo era stato il mitico condottiero druso Sultan al-Atrash, che ha avuto una propria parte nella spartizione del territorio della Grande Siria (Bilad al-Sham) e nelle migrazioni forzate di alcuni insediamenti tradizionali.

I drusi del Golan
Oggi la comunità drusa del Golan – attestata sopra tutto nei villaggi alle pendici del monte Hermon – è pacifica e laboriosa, ma molto ridotta. Gode di molteplici agevolazioni da parte degli israeliani, con i quali cerca di non entrare in contrasto, ma nella stragrande maggioranza dei casi ha optato per il mantenimento del passaporto siriano o libanese.

Viceversa i drusi che abitano nei territori tra Haifa e il Monte Carmelo sono cittadini israeliani, svolgono attività agricole, commerciali e industriali e in genere stanno in parte assimilando la cultura locale.

Su loro richiesta, oggi servono con orgoglio ed alla pari nei reparti militari con la stella di Davide. Basta pensare al ruolo di Ghassem Alyan, un ufficiale superiore druso ferito in combattimento a Gaza, il comandante delle unità di Forze Speciali della Brigata Golani, élite dell’esercito israeliano.

Non è affatto escluso che queste comunità, pur minoritarie, in un futuro non vicino possano davvero favorire una ripresa positiva dei rapporti tra Israele e ciò che saranno il Libano e la Siria nel dopo Isis.

D’altra parte, come in Europa, anche in Medio Oriente vale la regola che chi non ha la forza, ha un’unica possibilità per non sparire: mediare tra coloro che la possiedono.

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