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Renzi, Vallas, Sanchez

I non cloni europei di Renzi

8 Set 2014 - Riccardo Pennisi - Riccardo Pennisi

La crisi che l’Europa sta vivendo è effettivamente sistemica. Dopo l’economia non ne è restata immune la politica: i cambiamenti che stiamo vivendo sono di ampiezza e profondità inattese – non solo in Italia, ma anche dove il sistema dei partiti appariva meno mutevole.

Ce ne accorgiamo se confrontiamo l’attuale panorama dei leader e dei partiti nei paesi europei con quello di solo una decina d’anni fa. Il sentimento di distacco della cittadinanza dalla classe politica è esploso; la crisi latente di molte forze si è aggravata; la domanda di una nuova rappresentanza è cresciuta; parole d’ordine come rinnovamento, rapporto diretto con il popolo, cancellazione radicale delle vecchie pratiche, si sono imposte.

Italia avanguardia dell’evoluzione

Ovviamente, gli elementi di novità non hanno avuto in ogni luogo la stessa forma, dimensione, conseguenze. La Germania, il cui sistema politico presenta caratteristiche ancora simili al passato, è una delle eccezioni. In ogni caso, il processo di cambiamento è comune a tutta Europa. L’Italia, spesso paradossalmente all’avanguardia nell’evoluzione – positiva o negativa che sia – del rapporto tra i cittadini e la politica, è stata osservata anche questa volta a livello internazionale come produttrice di novità – in particolare grazie a due figure ‘di successo’: Beppe Grillo e Matteo Renzi.

Le caratteristiche personali e il movimento fondato dal primo sono difficilmente riproducibili all’estero, benchè parti del lessico e del metodo di Grillo siano state letteralmente saccheggiate da molti partiti schierati contro il bipolarismo: dalla sinistra di Podemos in Spagna alla destra di Marine Le Pen in Francia, arrivando ai nazionalisti di Nigel Farage nel Regno Unito.

Socialisti europei a Bologna

Sono di più invece gli uomini politici che, in giro per il continente, vogliono richiamarsi in maniera diretta all’esperienza di Renzi. Ciò è avvenuto in special modo dove i partiti tradizionali della sinistra attraversano una seria crisi. Basta pensare all’incontro di domenica a Bologna tra Renzi, il primo ministro francese Manuel Valls, il segretario del partito socialista europeo Achim Post, il leader del partito laburista olandese Diederik Samsom e il segretario del partito socialista spagnolo Pedro Sanchez.

Un avvicinamento tra il partito socialista francese e il partito democratico italiano era già avvenuto con le primarie che il Ps aveva organizzato a fine 2011, citando il Pd come modello. L’arrivo al potere di Valls, sindaco fino al 2012 di una città satellite di Parigi, non coincide però con una scalata personale all’interno del partito. Si tratta al contrario di una cooptazione dall’alto.

Valls ottenne solo poco più del 5% dei voti alle primarie del 2011. La sua proposta politica – qui il primo parallelo con il renzismo – rappresentava la destra del partito: molta attenzione al mondo delle imprese piccole e grandi, fine del regime obbligatorio delle 35 ore, cambio del nome del partito da socialista a democratico. Un programma che ebbe i complimenti dal giornale della City di Londra, l’Economist.

Soluzione renziana per Hollande

Hollande, giunto all’Eliseo nel maggio 2012, lo nominò ministro dell’Interno nel governo di Jean-Marc Ayrault; all’Economia andava Arnaud Montebourg, campione della sinistra interna, che alle primarie aveva raccolto il 17%. Due anni dopo, tutto cambia. I consensi del partito e del presidente sono in picchiata: più impopolari che mai, devono risolvere il problema della formidabile ascesa del Front National di Marine Le Pen.

La soluzione di Hollande è di marca renziana. Ayrault è congedato a inizio 2014 e al suo posto viene nominato Valls, con il compito riavvicinarsi alla destra moderata dell’UMP (il partito di Sarkozy), in modo da arginare gli estremisti e mantenere il dominio parlamentare. A sigillare queste larghe intese di fatto, la recente cacciata di Montebourg dal ministero dell’Economia e la sua sostituzione con Emmanuel Macron, banchiere d’affari alla Rothschild fino al 2012.

Rottamare per sopravvivere

I livelli di popolarità e i risultati elettorali di Renzi sono davvero ammirati dai politici europei, impauriti dall’avversità dell’opinione pubblica. Questo renzismo per cooptazione dovrebbe avere un doppio vantaggio: garantire i vecchi capi del partito dalla rottamazione; e allo stesso tempo promuovere presso l’opinione pubblica una figura più giovane, informale e non compromessa, capace di occupare il centro dell’arena politica e di assicurare la sopravvivenza del partito – non importa se al costo di un accordo con gli antichi avversari.

La stessa logica ha portato recentemente i maggiorenti del malridotto partito socialista spagnolo a scegliere il giovane e semisconosciuto Sánchez come segretario, con l’obiettivo di resistere all’arrembaggio della sinistra e siglare con la destra del Partido Popular un patto di governo per la prossima legislatura. Sánchez si è affrettato a nominare il premier italiano tra i suoi modelli.

Nella sinistra classica europea manca però un vero e proprio emulo di Renzi; qualcuno cioè anche capace di trasformare forma e sostanza del proprio partito – come seppe fare l’antesignano Tony Blair dopo aver stravinto le primarie (e le elezioni nazionali).