IAI
La crisi in Libia e l’Italia

Primo, evitare di restare da soli

9 Ago 2014 - Mario Arpino - Mario Arpino

Inviare in Libia una missione Onu a guida italiana, a similitudine di Unifil in Libano? Idea suggestiva quella espressa da Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa del Senato. E in prima analisi condivisibile, considerato che la stabilizzazione del Paese, dopo lo sconquasso cui anche noi abbiamo dato una mano robusta, è uno dei problemi più urgenti. Almeno per noi.

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, infatti condivide, riportando che anche gli Stati Uniti auspicano per l’Italia un ruolo di maggior peso nella regione. “A patto che – aggiunge – vi siano un coordinamento a livello internazionale ed un ruolo non subalterno”.

Fare qualcosa, ma non qualsiasi cosa
Apprezzata questa immediatezza propositiva, è utile qualche riflessione. È vero, l’Italia, con storiche responsabilità verso quell’aggregato di tribù e territori che al momento chiamiamo ancora Libia, deve muoversi per prima e “fare qualcosa”.

Tanto più che i nostri interessi sono rilevanti e con potenziale sviluppo. È anche evidente che dobbiamo adoperarci perché la Libia mantenga una configurazione statuale unitaria, anche se in ciò erano riusciti per qualche decina d’anni solo i Romani e, dopo di loro, il governatore Italo Balbo. Oltre, naturalmente, a Muhammar Gheddafi.

Perché uno sforzo tipo Unifil possa essere coronato dal successo, è necessario il verificarsi di un certo numero di evenienze, che potremmo provare ad elencare e discutere. Sono d’ordine politico, ma anche pratico e militare, visto che tra Libia e Libano in comune ci sono solo le tre lettere iniziali.

La prima è una perplessità: avrà l’Italia la forza e gli strumenti per trainare il Consiglio di Sicurezza verso la pace, così come Sarkozy era riuscito a trascinarlo in tempi brevi verso la “guerra”? Mi si perdoni l’inverecondia del termine, ma è difficile dare un nome diverso ad alcuni mesi di bombardamenti.

Capire bene quali e quanti sono gli amici, e i nemici
Dalla Libia è arrivata in questi giorni una richiesta di aiuto internazionale. È davvero valida, o è solo la voce isolata di un gruppo scarsamente rappresentativo? È vero, ci sono state le elezioni del 25 giugno, e il nuovo Parlamento ha già provato a riunirsi. Ci è stato detto che l’affluenza alle urne è stata del 42 per cento, ma si è sorvolato sul fatto che il dato si riferisce agli iscritti alle liste, non al totale degli aventi diritto.

Così, i circa 630 mila votanti su 3,4 milioni di elettori rappresentano una percentuale inferiore al 20 per cento. Quindi, l’80 per cento circa dei libici non si è espresso. Come la pensano costoro? Le milizie hanno sempre dichiarato di non voler cedere le armi, opponendosi a qualsiasi intervento di forze straniere: è cambiato qualcosa? Non sembra. Chi raccoglierà l’appello, supponendo – cosa niente affatto scontata – un’approvazione del Consiglio?

Accortisi dello sconquasso di cui erano i primi responsabili, Francia, Regno Unito e prima ancora gli Stati Uniti, dopo le bombe si sono immediatamente defilati. Idem Nato e Unione europea (Ue), mentre Cina e Russia è probabile siano ben soddisfatte di aver favorito, con l’astensione, quel tranello che ha così ben contribuito a screditare l’Occidente.

Cosa è rimasto? Un’Italia con il cerino tra le dita, un Mare Nostrum pieno di disperati, un dirimpettaio ridotto al fallimento, i nostri interessi calpestati e messi a repentaglio.

Ora, è legittimo chiedersi: perché i tre grandi, dopo averci coinvolto in una guerra che era con tutta evidenza contro i nostri interessi, dovrebbero adesso scendere in campo per tutelarli? Diciamolo fuori dai denti, la stabilità di una Libia unitaria interessa solo noi. La Nato, con gli Usa lontani, militarmente conterebbe come la Ue: assai poco. Nemmeno il flusso dei migranti preoccupa l’Europa, se il commissario per gli affari interni, Cecilia Malmström, ci ha appena spiegato che ci sta portando enormi benefici.

Meglio procedere per gradi
L’idea del senatore Latorre resta affascinante, ma al momento forse è prematura. Ben che vada, ci troveremmo alla guida di qualche migliaio di soldati dell’Unione Africana, sempre disponibile quando si tratta di finanziare i propri eserciti con le casse dell’Onu.

La Libia è grande, le tribù numerose, i gheddafiani ancora attivi nel Sud. C’è da dubitare che con queste forze sia possibile disarmare le milizie, o anche solo interporsi. Al-Sisi, a est, potrebbe aiutare, ma non va dimenticato che i nostri interessi e quelli egiziani in Cirenaica potrebbero anche divergere.

Prima di pensare ad una missione militare dell’Onu, cui, in questo momento, sarebbe oltremodo difficile assegnare un mandato, serve ancora molto lavoro di preparazione. Ed è proprio qui che l’Italia potrebbe distinguersi, prendendo l’iniziativa. Per esempio, tentando di organizzare a Roma una conferenza semipermanente di tutte le parti in causa, che includa le diverse componenti libiche, l’Egitto, la Tunisia e l’Algeria, da sempre interessata ad una stabilizzazione del Sud.

.