IAI
Nuova Commissione europea

Vittoria di Juncker a propulsione tedesca

3 Lug 2014 - Lorenzo Vai - Lorenzo Vai

Con la nomina di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, i capi di Stato e di governo dei paesi Ue hanno legittimato un collegamento stretto tra il voto per il Parlamento europeo e la scelta del capo dell’esecutivo di Bruxelles, come lo IAI e altri centri di ricerca europei avevano auspicato già cinque anni fa.

Si continua a discutere dei benefici di tale innovazione per la democraticità del sistema europeo, o dei suoi rischi per l’equilibrio interistituzionale, ma intanto è possibile fare alcune considerazioni sulle dinamiche politiche che essa ha innescato.

Novità per la democrazia europea
È stato sicuramente stabilito un precedente: Juncker, candidato (Spitzencandidat) del Partito polare europeo (Ppe), riconfermatosi primo partito alle recenti elezioni, è stato scelto come il candidato “naturale” alla presidenza della Commissione da 26 governi su 28 (hanno votato contro solo il Regno Unito e l’Ungheria).

Una decisione in linea con l’interpretazione che quasi tutti i partiti politici europei hanno dato delle nuove (ancorché un po’ sibilline) disposizioni del Trattato di Lisbona sulla procedura di nomina del presidente della Commissione. E in effetti la svolta decisiva è stata la decisione delle sei principali formazioni politiche europee di presentare, alle elezioni del parlamento europeo, propri candidati per la presidenza della Commissione.

Va peraltro ricordato che nelle prime settimane post-voto la nomina di Juncker non godeva del favore dei pronostici, soprattutto di quelli dei principali media nazionali ed europei, tutti in attesa di un outsider scelto a porte chiuse, come da prassi decennale. Questa volta però le cose sono andate diversamente.

Il percorso in salita di Juncker
A inizio giugno, la strada di Juncker sembrava tutta in salita. Il suo nome non piaceva agli inglesi, ai cechi, agli olandesi e agli svedesi, timorosi sia di legittimare un processo di nomina estraneo alle logiche intergovernative, sia di scegliere un politico tacciato di perseguire un federalismo d’altri tempi.

In Francia, il presidente François Hollande maturava la segreta speranza di poter eleggere un socialista (francese) alla presidenza della Commissione, mentre in Italia il premier Matteo Renzi prendeva tempo, cercando rassicurazioni su una maggior flessibilità di Bruxelles indipendentemente dai nomi in discussione.

E poi c’era Angela Merkel, che dopo i dubbi sull’elezione “diretta” del presidente della commissione (“nessun automatismo tra elezioni europee e nomine” dichiarò la Cancelliera nell’ottobre 2013), ha esitato non poco prima di dare pieno sostegno a Juncker (sembra sia stata la stessa Merkel ad invocare sottovoce, ma con scarso successo, il nome di Christine Lagarde).

Alla fine, il migliore alleato di Juncker nella corsa alla Commissione si è rivelata proprio Angela Merkel, o meglio, il risultato conseguito dal suo partito, l’Unione cristiano democratica (Cdu) alle elezioni europee in Germania.

Merkel tra spinte nazionali ed europee
Con un partecipazione elettorale del 48%, in considerevole aumento (+4,8%) rispetto alle precedente tornata elettorale del 2009, i risultati delle europee hanno messo in evidenza la fiducia che i tedeschi continuano a riporre nella Cdu, riconfermatasi primo partito con il 30% dei voti (che salgono al 35,3% con quelli della Csu, i cristiano-sociali bavaresi). Una buona performance, considerata anche la crescita dei consensi per il partito socialdemocratico (27,3%) e l’ascesa di Alternativa per la Germania, partito euroscettico al debutto (7%).

Un risultato ancora più confortante se paragonato a quello dei partiti al governo negli altri stati membri (Italia esclusa). Le preferenze dei cittadini tedeschi, che in altri tempi non avrebbero avuto alcuna diretta influenza sulla nomina del presidente della Commissione, sono diventate invece fondamentali per la nomina di Juncker, riconosciuto da milioni di elettori come il legittimo pretendente grazie al risultato conseguito sia a livello nazionale che europeo.

Una nomina sostenuta dagli stessi socialdemocratici tedeschi e da gran parte dei media nazionali, che hanno seguito con attenzione, più che in altri paesi, la competizione fra i candidati. Una situazione scomoda per Merkel che ha visto così ridursi il proprio spazio di azione negoziale.

In effetti la cancelliera ha dovuto all’inizio di barcamenarsi tra le pressioni interne di chi ha chiesto a gran voce che si rispettasse l’esito del voto, e quelle esterne di chi, opponendosi alla scelta del lussemburghese cercava, a sua volta, di rispondere al proprio elettorato, David Cameron su tutti.

La Merkel ha dovuto anche tenere conto del rischio di una crisi istituzionale nel caso il nome avanzato dal Consiglio europeo al Parlamento non fosse stato quello di Juncker.

A muovere la Merkel sono state quindi più ragioni di politica interna che una genuina volontà di rispettare il verdetto delle urne, ma un ruolo non trascurabile ha giocato anche la preoccupazione di evitare destabilizzanti tensioni tra Consiglio e Parlamento europeo.

Il processo si è sviluppato in maniera tutt’altro che lineare, ma il suo esito è stato funzionale al recepimento delle istanze di chi chiedeva una maggiore legittimazione popolare per il presidente della Commissione.

Un risultato non scontato, che sarebbe stato impossibile raggiungere senza l’azione dei principali partiti europei, che hanno di fatto agito all’unisono per far sì che la scelta del candidato fosse in linea con il risultato elettorale. Si tratta di un cambiamento notevole che si è fatto strada nello scetticismo generale, e che alla fine è stato conseguito anche grazie a chi non lo voleva fino in fondo. Una novità dalla quale sarà difficile tornare indietro.

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