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Unione eurasiatica

Se il nuovo secolo fosse euroasiatico

25 Lug 2014 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

Trovare un antidoto per superare la “nostalgia” per l’ormai passato “impero” sovietico e aggiornare il ruolo continentale di sicurezza della Russia in una dimensione – geopolitica e culturale – eurasiatica. Questa la missione dell’Unione euroasiatica lanciata nel 2011 dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin.

Genesi dell’eurasismo
Ma che cosa è l’Eurasia?

In Italia, le basi culturali e filosofiche degli studi sull’Eurasia sono insegnate da professori esperti dell’Europa orientale e della Russia, come Antonello Biagini e Roberto Valle. Questo filone di studi approfondisce i fattori storici e culturali che ricollegano l’autorità della Russia imperiale (lo zar) a quella bolscevica (con la leadership di Stalin) e a quella repubblicana (con la leadership di Putin).

In questa prospettiva il potere autocratico russo si presenta bicipite, originato da due istituzioni di potere: lo zar, il “Cesare” della tradizione imperiale è sia basileus bizantino (in senso etnico-culturale e confessionale), che khan mongolo (prosecutore del potere dispotico in senso geografico continentale).

Quest’ultimo elemento, sebbene negato dalla lettura tradizionale della storia russa (che definisce il “giogo” mongolo come un fattore negativo e di ritardo dello sviluppo della Russia), avrebbe influenzato la cultura del potere russa incentrata sui concetti di samoderzavije, “autocrazia”, e narodnost’, “popolo/nazione”.

È così che il popolo-nazione russo si forma nel territorio euroasiatico e si caratterizza in senso inclusivo come “grande spazio” (grosse raum) di convivenza multietnica.

Gli elementi fondamentali di questa chiave di lettura della formazione della civiltà russa emergono, in contrapposizione all’Europa e ai valori occidentali e liberali (parlamentari/costituzionali), negli ambienti russi dell’esilio durante gli anni Venti e Trenta, Questa corrente di pensiero, nota come “eurasismo” (evrazijstvo), postula così l’inconciliabilità di Russia ed Europa e prospetta la crisi del vecchio continente e la contestuale egemonia culturale dell’Asia.

Tra i suoi esponenti ci sono linguisti e filologi del “circolo di Praga” -come Nikolaj S. Trubeckoj e Roman Jakobson – geografi politici come Pëtr N. Savickij e storici come George V. Vernadskij, teologi come Georgij V. Florovskij, e altri giuristi, politologi, storici della cultura.

La quarta teoria politica di Dugin
Gli eurasisti valorizzavano dunque nell’etno-genesi della Russia gli elementi asiatici, soprattutto quelli turco-turanici dei mongoli. La prospettiva eurasista, quale lettura storico-nazionale russa, si rinnova negli anni ‘80 con gli studi storici ed etnografici di Lev N. Gumiliëv (1912-1992), figlio dei noti poeti Anna Akhmatova e Nikolaj S. Gumiliëv.

Studioso dei popoli turco-turanici e dell’etno-genesi slavo-turanica per la Russia moderna, identifica nei capi carismatici delle stirpi nomadi asiatiche dei fattori etnico-demiurgici di un superethnos eurasiatico.

I suoi studi godono di una notevole riscoperta con la fine dell’Unione sovietica. Grazie all’iniziativa del presidente Nursultan Nazarbayev, nel ’96 viene fondata in Kazakhstan l’Università nazionale eurasiatica a lui intitolata.

Anche in Russia tale prospettiva geopolitica trova progressivamente un rinnovato successo negli ambienti sia conservatori sia comunisti. Nel Partito nazional-bolscevico, fondato nel 1992 dallo scrittore Eduard Limonov, e negli ambienti “rosso-bruni” si consolida ideologicamente come “neo-eurasismo”, grazie alla teorizzazione dell’esoterista-politologo-geografo politico Aleksandr Dugin, che nel 2001 fonda il movimento “Eurasia”.

Con Dugin il neo-eurasismo si prospetta come “quarta teoria politica”, l’unica, con il liberalismo, a sopravvivere alla sconfitta di fascismo e comunismo. Si caratterizza per un conservatorismo attivo per uno stato forte, “schmittiano”, contro la cultura e i valori occidentali di democrazia, liberalismo, progresso.

All’egemonia anglosassone/atlantica si può dunque opporre solo il dominio territoriale eurasiatico della Russia, unica potenza che con una rivoluzione conservatrice può riportate al centro della vita della comunità i valori tradizionali e spirituali (come famiglia e gerarchia) contro la modernizzazione occidentale, colonialista e razzista.

Dal 2013 Dugin apre a un confronto costruttivo con la nuova destra europea e rimane al centro dell’attenzione con la crisi in Ucraina, ritenuto come un ispiratore dell’espansionismo russo nello spazio ex sovietico.

Anche negli ambienti del Cremlino, come nel partito Russia Unita, si notano vari esponenti dell’eurasismo: di fatto la formula dell’Eurasia si propone come contesto concettuale di contenimento contro la “strategia dell’anaconda” degli Stati Uniti, che con le rivoluzioni colorate minano la sicurezza della Russia per mezzo dell’instaurazione di regimi filo-occidentali all’interno della stessa ex Unione sovietica.

Unione economica eurasiatica
Il 28 maggio i leader russo, belorusso e kazako hanno lanciato l’Unione economica eurasiatica, Ueaa, al fine di costituire uno spazio di integrazione per lo scambio di beni, servizi, capitali, lavoro (secondo i criteri del Wto).

Nell’ambito dell’unione doganale l’obiettivo è la creazione, a partire dal 2025, di un mercato comune per energia (elettricità, gas, petrolio).

Non è un caso quindi che testate internazionali come Le Monde Diplomatique propongano di chiamare il XXI secolo il “nuovo secolo eurasiatico”. A competere con gli Stati Uniti rimarrebbe l’asse russo-cinese, in cui il pilastro euroasiatico giocherebbe il proprio ruolo antagonista all’Atlantismo principalmente sul Vecchio continente.

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