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Spagna

Sánchez, il Renzi spagnolo che cavalca il Psoe

28 Lug 2014 - Riccardo Pennisi - Riccardo Pennisi

Il 2014 vede il tentativo di dare corpo al desiderio di novità che divampa in Spagna. Un nuovo re è salito al trono per cambiare smalto all’istituzione monarchica; nuove forze politiche stanno prosperando sull’attuale debolezza del bipartitismo; a Madrid e nelle comunità autonome si dibatte su una nuova organizzazione territoriale, mentre a novembre potrebbe tenersi il referendum sul un nuovo “stato catalano”.

I due partiti tradizionali sono scossi da questo nuovo clima. La richiesta di rinnovamento non risparmia il Partido popular (Pp), al governo dal 2011 con Mariano Rajoy: è certo che la maggioranza assoluta di cui gode non sarà replicata alle politiche dell’autunno 2015.

Ma sono stati i socialisti del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) a esserne investiti in pieno. Il Psoe ha deciso di scegliere la sua nuova direzione attraverso elezioni primarie riservate agli iscritti e conclusesi con il congresso del 26 e 27 luglio, tra candidati giovani e senza storia politica alle spalle, con l’obiettivo di ricostruire il perduto rapporto con l’elettorato e la cittadinanza in generale.

Primarie (aperte) erano state già organizzate con successo da Podemos e altre ne seguiranno per decidere il futuro leader di Izquierda Unida, la sinistra radicale.

Pedro Sánchez, nuovo segretario Psoe
Il nuovo segretario del partito socialista – e dunque anche candidato premier – è Pedro Sánchez, quarantaduenne madrileno laureato in economia. Il suo nome è venuto alla ribalta recentemente, quando i maggiorenti del partito si sono resi conto che non avrebbero potuto presentarsi personalmente, e le varie componenti interne si sono messe alla ricerca di un candidato.

Sànchez infatti è stato due volte deputato – ma solo grazie alla rinuncia di persone che occupavano un posto migliore in lista – e in precedenza consigliere comunale a Madrid. Non ha alcuna responsabilità, dunque, nel disastroso finale dell’era Zapatero. Né ha nulla a che fare con gli errori della reggenza affidata dal 2011 all’ex ministro degli interni Alfredo Pérez Rubalcaba: esperto, ma inadatto a offrire un volto nuovo al partito.

La vittoria di Sànchez dice molto sullo stato di salute, sul posizionamento e sulle intenzioni del Psoe. Il diritto di voto è stato prerogativa dei circa 170 mila membri del partito: il timore che una partecipazione più ampia potesse influenzare il risultato era palpabile. Il vincitore ha avuto l’appoggio del 49% dei votanti: considerando che un iscritto su tre ha deciso di non partecipare, non si tratta certo di una vittoria schiacciante.

Tuttavia, il mandato ricevuto consente a Sánchez di tenere la barra diritta sull’attuale progetto politico socialista. La possibilità di alleanza con le forze più a sinistra – come Podemos, Izquierda Unida o addirittura Esquerra Republicana de Catalunya – prospettata da Eduardo Madina, il candidato giunto secondo con il 36%, è scongiurata.

Soluzione renziana
Il richiamo esplicito di Sánchez a Matteo Renzi e all’ex premier socialista Felipe González (1982-96) aiuta a svelare i due pilastri che reggeranno il Psoe di Sánchez. Per prima cosa, il partito socialista mirerà ad essere autosufficiente: escluse le coalizioni a sinistra, dovrà fare il pieno nella fascia di elettori che ondeggiano tra uno schieramento e l’altro, come riusciva a fare ai tempi di González.

Un compito arduo: il Psoe rappresenta oggi circa un elettore su quattro. E il Pp non sta tanto meglio. Se alle prossime elezioni nessuno avesse i numeri per governare da solo, la soluzione sarebbe quella renziana: larghe intese con le forze del campo conservatore.

Roccaforte Andalusia
In secondo luogo, il Psoe accentuerà il suo carattere andaluso, in asse con la capitale Madrid. L’Andalusia è una regione fondamentale negli equilibri di potere della Spagna post-franchista. Da lì proveniva Felipe González e gran parte del gruppo dirigente che portò il partito al potere all’inizio degli anni ’80.

Da quella regione partì la reazione politica al sistema di autonomie locali che sembrava premiare solo la Catalogna e il Paese Basco, e che invece fu ampiamente esteso a tutte le regioni spagnole, modellando poi in maniera stabile i rapporti tra queste e la capitale. L’Andalusia è l’unica tra le 17 regioni in cui ad oggi il Psoe si trovi ancora al governo; da lì arriva un quarto di tutti i delegati al congresso nazionale, capitanati dalla presidentessa Susana Díaz.

Nonostante l’infornata di trenta-quarantenni nei posti chiave del partito, nonostante le camicie bianche e l’informalità ostentata, nonostante l’apparente ricorso alla partecipazione, l’ascesa di Sánchez non è paragonabile a quella di Renzi.

Il nuovo segretario del Psoe governerà il partito in accordo con Susana Díaz, che è stata già nominata alla testa del consiglio politico federale, ossia l’organo incaricato di tenere i rapporti con le affiliazioni regionali del partito (importanti proprio data la natura semi-federale dello stato spagnolo), e con la maggioranza interna.

Primo compito del nuovo segretario: evitare la marginalizzazione che ha colpito i socialisti greci e che minaccia quelli francesi. Per bloccare gli avversari, Sánchez potrebbe da subito trattare con il Pp una riforma elettorale che sbarri la strada alle terze forze – una minaccia anche per i popolari – a livello locale.

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