IAI
Presidenza italiana dell’Ue

Renzi alla sfida del digitale

7 Lug 2014 - Andrea Renda - Andrea Renda

È in corso in questi giorni Digital Venice, un incontro di alto livello sul mondo del digitale promosso dalla Presidenza italiana del consiglio dell’Ue. Il momento culminante sarà senza dubbio oggi pomeriggio, quando parlerà il primo Ministro italiano Matteo Renzi, dal quale ci si attende una dettagliata illustrazione dei piani della Presidenza italiana dell’Ue appena avviata.

Cosa aspettarsi dall’azione del governo italiano? I temi sono a dir poco scottanti, ed è bene riepilogarli, per dar conto della natura titanica della sfida. Una sfida che la Presidenza italiana è stata costretta a raccogliere, anche perché la presidenza precedente, quella greca, non si è occupata del “pacchetto telecomunicazioni”, se non in minima parte.

Un mercato a spizzichi e bocconi
Il tema centrale dell’agenda digitale europea, in questo momento, è senza dubbio quello del mercato unico (o meglio, della sua assenza). L’Unione europea è ancora un insieme di 28 mercati quasi completamente separati, complice anche un quadro regolamentare – quello delle comunicazioni elettroniche, in vigore dal 2002 – concepito per aprire ciascuno dei mercati nazionali alla concorrenza imponendo agli ex monopolisti di offrire l’accesso alla rete ai nuovi operatori che volessero entrare sul mercato, a prezzi regolamentati (e spesso molto bassi).

Tale scelta ha avuto conseguenze disastrose, che sono oggi sotto gli occhi di tutti: le differenze di prezzo tra gli stati membri sono ancora notevolissime sia nei servizi di rete fissa che in quelli mobili, quasi nessun operatore nuovo entrante ha investito pienamente in una propria infrastruttura, e il ricorso a una regolazione piuttosto invasiva ha portato gli ex monopolisti ad abbandonare i piani di investimento.

Non sorprende dunque che i paesi Ue si trovino anni luce dagli altri paesi industrializzati (la Corea del Sud, il Giappone, gli Usa, il Canada, la Svizzera) quanto a disponibilità di connessioni a banda larga ad altissima velocità, e stiano perdendo clamorosamente terreno anche nel mobile, vero motore dei futuri mercati, nel quale la diffusione delle connessioni 4G è ancora assai limitata (negli Usa Verizon copre già il 70% della popolazione con il 4G, nell’Ue sommando centinaia di operatori non si arriva al 30%).

A completare il quadro, va ricordato che l’Ue è ancora frammentata anche per quanto riguarda i contenuti, soprattutto per via di differenze normative e mancanza di consenso paneuropeo in aree come il diritto d’autore e la protezione dei dati personali.

La lentezza europea rispetto alla transizione digitale è strutturale: basti pensare che in un territorio che conta 26 milioni di disoccupati, la Commissione europea stima che vi siano 900mila posti di lavoro nel settore ICT che rimangono vacanti per mancanza di competenze.

Si tratta di una vera e propria emergenza, perché il digitale è oggi il vero motore della produttività, e come tale una scelta obbligata per chi voglia tornare a crescere. Di fronte a questa impasse, la Commissione europea ha presentato nel settembre del 2013 una proposta che prometteva di compiere alcuni passi importanti, per quanto non conclusivi, nella direzione del completamento del mercato unico.

Il pacchetto “Connected Continent” – contenente numerose proposte in tema di roaming, neutralità della rete e accesso alle infrastrutture, è stato però brutalmente e immotivatamente peggiorato dal Parlamento europeo lo scorso aprile, e ora attende la posizione del Consiglio, tradizionalmente avverso alla centralizzazione dei poteri regolatori in mano alla Commissione. La decisione del Consiglio è prevista, per l’appunto, durante il semestre italiano di presidenza.

Verso “campioni europei”?
Cosa farà Renzi, e cosa dovrebbe fare? Se si pensa che l’Italia si presenta all’appuntamento di Digital Venice come vero fanalino di coda della Ue (sia quanto a diffusione delle reti a banda larga ad altissima velocità, sia per interazione online tra cittadini e Pubblica amministrazione), verrebbe da aspettarsi poco o nulla.

Ma è anche vero che l’appuntamento di Venezia arriva al momento giusto: il (probabile) prossimo Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha puntato sul mercato unico digitale durante la recente campagna elettorale. Renzi stesso ha attribuito a questo obiettivo un’importanza strategica.

Inoltre, finalmente vi è consenso politico sulla necessità di rafforzare e consolidare il mercato delle telecomunicazioni europeo, creando gradualmente dei “campioni europei” in grado di competere ad armi pari con i giganti del Web, soprattutto statunitensi.

Il consiglio europeo del 26 giugno ha auspicato il completamento del mercato interno entro il 2015, senza specificare cosa questo voglia dire nella pratica, e senza accorgersi che il 2015 è tanto vicino da rendere l’impresa, più che improba, impossibile.

Cosa mettere, dunque, nella “lista della spesa” della presidenza italiana sul digitale? Idealmente, otto misure di ampio respiro, tese a portare l’Europa intera nella società digitale.

Un piano in otto punti
Primo: un progetto ambizioso di supporto all’investimento in infrastrutture fisse a banda larga ultrafast in gran parte del territorio della Ue.

Secondo: l’annuncio di un’asta paneuropea per l’assegnazione delle frequenze a 600Mhz e 700Mhz allo standard di telefonia 5G che promette di portare gli utenti a velocità oggi inimmaginabili per la fine del decennio.

Terzo, l’avvio di un lavoro di progettazione dell’asta tale da portare a un consolidamento degli operatori mobili in Europa, attraverso la concessione di un numero limitato di lotti (ad esempio, 12) in modo da garantire la concorrenza tra almeno 2-3 operatori in ciascun CAP del territorio della Ue.

Quarto: il coinvolgimento della Banca europea degli Investimenti per portare la banda larga mobile a costi non proibitivi nelle zone meno popolose.

Quinto: una proposta di revisione degli obiettivi e dei target dell’Agenda Digitale europea che miri al completamento del mercato interno e accesso universale piuttosto che a obiettivi di velocità.

Sesto: un programma ambizioso di rafforzamento delle competenze e conoscenze digitali dei cittadini europei, a partire dalla scuola, per arrivare alla formazione della “generazione perduta”, vale a dire quei milioni di giovani che si trovano oggi senza un impiego e stanno scivolando in modo quasi permanente fuori dalla forza lavoro attiva e attivabile.

Settimo: un piano per aumentare il livello di sicurezza delle reti informatiche europee, permettendo così ai servizi cloud e a rivoluzioni come l’eHealth e i pagamenti mobili di poter davvero diffondersi tra i 500 milioni di cittadini della Ue.

Ottavo: un programma di informatizzazione e interoperabilità tra le pubbliche amministrazioni nazionali e regionali in tutti i Paesi Membri.

Accadrà davvero? Con ogni probabilità, no. Ma il premier italiano ha dato l’impressione di voler cogliere l‘opportunità, e fa della velocità uno dei propri tratti distintivi. Venezia è una ghiotta occasione per dimostrare che il nuovo governo italiano può far “cambiare verso” anche alla disastrata agenda digitale europea.

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