IAI
Crisi Ucraina

Rassicurare, non punzecchiare, Mosca

29 Lug 2014 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

A parte sussulti provocati da tragici eventi, come l’abbattimento del volo MH17, la partita con la Russia per il destino dell’Ucraina sta correndo sui binari della più piatta prevedibilità con le defatiganti discussioni su come punire il presidente Vladimir Putin.

A condire il dibattito sono le diatribe su chi abbia la coscienza meno sporca in tema di forniture militari varie, a partire dalle ormai famose due navi multiruolo classe Mistral.

Ogni staterello europeo appare strenuamente impegnato nella difesa del proprio particulare e non s’intravvede all’orizzonte alcuna elaborazione di una politica originale che abbia la possibilità di risultare vincente rispetto alla purtroppo prevedibile china di un incancrenirsi di conflittualità.

Complesso dell’accerchiamento russo
Al momento ci troviamo in un gioco a somma zero: se Mosca guadagna un vantaggio tattico, ciò avviene alle spese in primis dell’Ucraina che non vede termine alle turbolenze e alle violenze sul campo. Queste si riflettono poi nelle turbolenze politiche all’interno del parlamento, ma certo anche dell’Europa, che nell’attuale temperie economico-finanziaria non si può certo permettere ulteriori elementi di freno alla fragile, se c’è, ripresa.

E nell’eventualità, che peraltro sembra assai remota, di un successo delle pressioni su Mosca, la percezione russa sarebbe di una sconfitta, accentuando all’inverosimile, e in modo assai pericoloso, il complesso di accerchiamento tipico della psicologia russa.

Peraltro, al momento, il primo scenario appare assai più probabile, con il consolidamento di una posizione di stallo molto favorevole per la politica di Mosca, con un’Ucraina agitata da disordini senza sbocco e quindi impossibilitata a virate strategiche verso Occidente.

L’Occidente appare in ogni caso estremamente restio ad assumere un impegno diretto che vada al di là di sanzioni poco più che simboliche, con grande disappunto statunitense.

Ricordi di guerra fredda
Al riguardo vale la pena fare qualche riflessione sulle conseguenze che l’attuale congiuntura può avere sul rapporto transatlantico. Per il presidente statunitense Barack Obama, la crisi Ucraina rappresenta una ghiotta opportunità per rialzare a livello interno le proprie quotazioni in tema di politica estera.

Nell’immaginario collettivo statunitense, anche in vasti ambienti dell’intellighenzia politica, la Russia rimane un avversario pericoloso, di cui bisogna diffidare e da tenere costantemente sotto controllo, senza perdere la minima occasione per rammentargli che ha perso la guerra fredda.

In questo quadro, l’atteggiamento dei paesi europei, singolarmente e nel loro complesso, può facilmente indurre Washington nella tentazione di approfondire un distacco già avviato con il ‘pivot to Asia’.

Peraltro, gli interessi Usa nell’area, venuta meno la dipendenza energetica, si possono in estrema sintesi ridurre a due: la protezione delle posizioni delle grandi imprese petrolifere statunitensi nella regione e il sostegno a Israele (pur con tutti i mal di pancia causati dalla condotta dell’attuale dirigenza politica dello stato ebraico).

Da qui la tentazione di lasciare che gli europei se la sbrighino da soli, con un pericoloso allentamento del vincolo transatlantico, che costituirebbe un altro successo, questa volta strategico, per Mosca.

Ruolo Italia in Ue
Occorre quindi un vero salto di qualità, abbandonando la politica delle punzecchiature verso Mosca (le sanzioni finora adottate e anche quelle adombrate non vanno al di là di un’efficacia poco più che simbolica) ed avviando un processo politico concordato che conduca ad un reale coinvolgimento della Russia nella gestione degli affari europei.

Bisogna rompere la secolare corazza di diffidenza che impedisce alla dirigenza moscovita di fidarsi degli occidentali e per far ciò è indispensabile che l’Unione europea nel suo complesso elabori rapidamente una piattaforma concreta e condivisa per un sistema di sicurezza che dia sufficienti garanzie a tutti i possibili attori che i loro interessi vitali saranno salvaguardati, che le minoranze non verranno vessate – si trovino in Ucraina o in Romania o in Estonia – che non ci sono tentazioni espansionistiche né da parte russa, né da parte occidentale e che qualsiasi problema verrà affrontato in un’ottica inclusiva, in modo che dall’attuale ‘lose-lose’ si passi ad un duraturo ‘win-win’.

Per giungere a questo risultato serve una leadership forte e, in attesa della nomina del/la futuro/a Mr/Mrs Pesc – ovvero l’Alto rappresentante che si occupa della politica estera europea – si apre una finestra di opportunità per la presidenza semestrale italiana.

Smettiamola dunque con atteggiamenti di rimessa: è il momento per l’Italia di assumere un’iniziativa forte e determinata in modo da coagulare una convincente posizione europea e se l’Unione sarà capace di ciò anche Washington dovrà prenderne atto e non ci potrà più mandare a quel paese, come accaduto, proprio in tema di Ucraina, non molto tempo fa.

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