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Italia-Ue

Per Renzi, l’ora dei dubbi

31 Lug 2014 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

La novità. La simpatia. Il dinamismo. Queste caratteristiche sono valse a Matteo Renzi credito e fiducia nell’Unione europea (Ue) nei suoi primi cento giorni alla guida dell’Italia.

Ma, ora, i partner s’aspettano risultati. E non si lasciano impressionare dai modi italici del giovane premier, stile “Qui si fa come dico io” Anche perché in Europa non c’è verso che sia così. Manco se lo dicesse Angela Merkel.

Renzi in Europa
Sono atteggiamenti, che il premier Renzi e il suo Governo tendono ad adottare anche in Europa, specie dopo che l’Italia ha assunto, il 1° luglio, la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, una posizione che dovrebbe essere più di mediazione che di potere.

Alcuni ministri lo seguono per convinzione, altri per imitazione, altri, forse i migliori, o i più timidi, o i più esperti, esitano a farlo. Perché nell’Ue quegli atteggiamenti non premiano. Anzi, penalizzano.

Ed erodono il capitale di credibilità e di simpatia su cui il premier italiano poteva inizialmente contare. Che si discuta di nomine o di riforme (e, quindi, di flessibilità).

I partner europei chiedono di vedere le riforme, già annunciate da tre premier in 30 mesi o giù di lì e mai attuate (e i primi due avevano, sulla carta, più carisma e più esperienza dell’ex-sindaco di Firenze).

Ancora una volta, scrive Die Welt, Roma promette le misure di cui ha tanto bisogno, per poi rimandare tutto, con “la leggerezza dell’essere, l’affascinante cafoneria e l’autoreferenzialità” di chi furbescamente accetta le regole per poi eluderle. Se lo fanno i francesi, rivela il quotidiano, ce la prendiamo; se lo fanno gli italiani, ci (sor)ridiamo su.

Riforme per riguadagnare fiducia
Diffidenze e sospetti s’infittiscono perché il contesto economico non induce ad avere fiducia nell’Italia, di cui le istituzioni internazionali – Fondo monetario internazionale, Ocse, Ue – e nazionali – BankItalia, Confindustria – non fanno che abbassare le previsioni di crescita 2014.

Il nostro Governo non prova più ad arginare il pessimismo degli esperti, che saranno ‘tecnocrati’, ma con le cifre ci vanno a nozze. E così lo spauracchio di una correzione dei conti pubblici in autunno diventa concreto: una manovra che gli analisti prevedono fino a 20 miliardi di euro.

Anche se, per scongiurare l’ipotesi, o contenerla, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan lavora sodo sul capitolo privatizzazioni: obiettivo, raccogliere complessivamente 11 miliardi, che però sarebbero una ‘una tantum’, infausta specialità dei contabili nostrani.

Quando il neo commissario agli Affari economici e monetari, Jyrki Katainen, ex premier finlandese che ha scelto l’approdo europeo, dice al quotidiano tedesco Die Welt, che “la cosa più importante per l’Italia … è attuare le riforme promesse dagli ultimi governi” fa una constatazione condivisibile. Che l’importante sia fare e non annunciare, nessuno può contestarlo.

Inutile metterla sulla rissa verbale, come fanno il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e pure Palazzo Chigi. Gozi dice: “Con tutto il rispetto per Katainen, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in Europa non lo decide il commissario pro tempore finlandese, ma il Vertice dell’Ue”, che “ha parlato chiaro su crescita e flessibilità: di solo rigore l’Europa non campa” (ma neppure di solo promesse).

La rissa è su quel ‘pro tempore’. Perché Katainen è a Bruxelles per restarci, non solo lo scorcio che resta della Commissione Barroso, ma pure tutto il quinquennio della Commissione di Jean-Claude Juncker. Sarebbe meglio dialogarci, invece che usare le parole come pietre.

Come fa pure Palazzo Chigi: “Non siamo scolaretti indisciplinati: ciò che fa l’Italia, specie le riforme .., lo decide il popolo italiano, non certo il commissario pro tempore finlandese” – e dalli! -. E, poi, la stoccata che vuole essere decisiva: “Portiamo in Europa milioni di voti e miliardi di euro”.

Argomento un po’ logoro e un po’ scivoloso. Perché di miliardi ne porteremmo di meno, se solo sapessimo spendere quelli messici a disposizione dall’Ue. E perché i partner s’aspettano che i voti Renzi li usi proprio per fare le riforme: quelle utili a rilanciare la crescita e il lavoro, non quelle buone per un po’ di struscio anti-casta.

In trincea per Mogherini
Discorsi analoghi valgono sul fronte aperto delle nomine europee: l’affondo del premier per mettere Federica Mogherini al posto di Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza europea non è riuscito a metà luglio e tutte le decisioni sono slittate al 30 agosto; e chi era in pole position dieci giorni fa potrebbe ritrovarsi fuori dalla griglia fra un mese.

Per il momento, il premier e il governo difendono in trincea le chances della Mogherini, mentre c’è chi – specie i popolari tedeschi – lavora a alternative credibili, mentre circola la voce che lady Ashton potrebbe continuare ad occuparsi – anche dopo la fine del suo mandato – dei negoziati con l’Iran, un dossier dove non ha fatto male.

Per il momento, il Governo Renzi tiene il punto: “La Mogherini resta la nostra candidata al posto d’alto rappresentante”, ribadisce Gozi, a Bruxelles per presiedere il primo Consiglio Affari Generali del semestre italiano. Proprio il giorno che il presidente eletto Juncker riceve l’ex premier Massimo D’Alema nel suo ufficio di Palazzo Charlemagne, accendendo un altro focolaio d’ipotesi e sospetti.

Eppure, l’Italia potrebbe prendere due piccioni con la fava del rinvio: tenersi un ministro degli Esteri giovane, ma preparato e competente, che nell’Ue farebbe fatica a sottrarsi al destino di basso profilo toccato a Catherine Ashton (che, a dire il vero, l’ha più accettato che subito); e mandare a Bruxelles come commissario un ‘culo di pietra’ che possa seguire i lavori dell’esecutivo, senza essere sempre in missione, ed occuparsi dei dossier ‘italiani’, oltre che dei propri.

A Bruxelles, di grane da risolvere ce ne sono sempre. Ed è meglio essere presenti quando si decide; e avere buoni rapporti con tutti i colleghi. Anche i finlandesi.

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