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Asia

Mano lunga della Cina sul mare

16 Lug 2014 - Michele Tedeschini - Michele Tedeschini

In questi ultimi tempi, la Comunità internazionale ha cominciato a prestare notevole attenzione all’inasprirsi dei rapporti fra la Cina e alcuni stati del Sud-Est asiatico.

L’oggetto del contendere è rappresentato dalla sovranità su alcune isole del Mare Cinese del Sud, raggruppate in quattro arcipelaghi principali: Spratlys, Paracels, Pratas e Macclesfield Bank, ai quali si aggiunge la barriera corallina denominata Scarborough Shoal.

L’insorgere delle tensioni risale ai tardi anni Sessanta, insieme al sospetto che il fondale marino della zona fosse ricco di petrolio e gas. Ciononostante, la controversia si è accesa nel 2009, quando la Cina, sulla base di “abbondanti”, ma non meglio precisate, “prove storiche e giuridiche”, ha rivendicato la sua sovranità su una considerevole porzione di mare che comprende gli arcipelaghi di cui sopra, racchiusa dalla cosiddetta ‘linea ad U’.

Manila porta in tribunale Pechino
A tale rivendicazione si oppongono quegli Stati costieri della regione che, in virtù delle norme stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare (Cdm), considerano i loro diritti pregiudicati dalle pretese cinesi: il gruppo include Brunei, Vietnam, Malesia e Filippine.

L’aggressiva strategia della Cina, che ha di recente avviato operazioni di trivellazione in alcune delle zone contese, ha alimentato le ostilità: allo scorso maggio risale la notizia dell’affondamento di un peschereccio vietnamita a opera di navi cinesi, riportata da fonti vicine ad Hanoi.

La supremazia militare, politica ed economica cinese sulla regione è indiscussa, e gioca certamente un ruolo centrale negli equilibri geopolitici della regione. Proprio per questo, le Filippine stanno perseguendo la via del ricorso alla giurisdizione internazionale, ipotesi che anche il Vietnam ha di recente affermato di prendere in considerazione.

Il governo di Manila respinge la legittimità della ‘linea ad U’, e ribadisce il principio consuetudinario, più volte riaffermato dalla Corte internazionale di giustizia (Cig), stando al quale “la terra domina i mari”, cosicché solo pertinenze territoriali sono in grado di generare zone marittime sulle quali si estenda la sovranità di uno stato. Al fine di godere di diritti esclusivi sui fondali della zona, pertanto, la Cina dovrebbe provare la sovranità sulle isole.

Cina e Filippine – come del resto gli altri stati della regione – hanno entrambe ratificato la Cdm, la quale prevede, nel caso insorga una disputa fra due stati membri, il ricorso obbligatorio a uno degli strumenti giudiziali di cui all’articolo 287: il Tribunale internazionale del Diritto del mare, la Cig, o un tribunale arbitrale costituito secondo le norme dell’Annesso VII alla Convenzione.

Qualora uno stato non abbia preventivamente operato una scelta, si ritiene che lo stesso abbia tacitamente optato per il terzo. È questo il caso di Cina e Filippine, e il governo di Manila, nel gennaio 2013, ha attivato un procedimento arbitrale proprio sulla scorta dell’Annesso VII alla Cdm.

Tuttavia, Pechino ha espresso il categorico rifiuto di accettare l’arbitrato, considerato illegittimo. Tale posizione trova una precisa giustificazione nell’articolo 298 della stessa Cdm, in virtù del quale uno stato può escludere dal novero delle dispute soggette a risoluzione giudiziale obbligatoria le controversie vertenti sui confini territoriali.

La Cina, avendo opportunamente attivato la clausola nel 2006, non può subire un procedimento contenzioso al riguardo, stante la regola del consenso operante in materia di controversie inter-statali.

Manila ha però tentato di aggirare il problema, chiedendo al Tribunale di pronunciarsi non sulla questione della sovranità, bensì sull’idoneità delle isole a generare diritti esclusivi. Le norme della Cdm, infatti, stabiliscono che le isole generano, oltre a una piattaforma continentale, una zona di 200 miglia marine sulla quale lo stato sovrano esercita in via esclusiva il diritto allo sfruttamento economico.

Al contrario, “gli scogli che non si prestano all’insediamento umano né hanno una vita economica autonoma non possono possedere né la zona economica esclusiva né la piattaforma continentale” (articolo 121). Ebbene, considerando che la maggior parte delle isole contese rimane sotto il livello dell’acqua anche in condizioni di bassa marea, è perlomeno dubbio che le stesse possano considerarsi adatte all’insediamento umano.

Patata bollente con conseguenze regionali
Il Tribunale è ora chiamato a pronunciarsi sull’ammissibilità del procedimento: il collegio può ritenere che i quesiti posti dalle Filippine non pregiudichino la questione della sovranità, ed entrare poi nel merito della controversia. Alternativamente, può sostenere che, di fatto, la controversia non possa prescindere dall’attribuzione di diritti sovrani su pertinenze territoriali, e che di conseguenza non sussistano le condizioni per esercitare la giurisdizione.

I giudici hanno fra le mani una patata bollente: qualora optassero per l’ammissibilità, scatenerebbero senz’altro l’ira di Pechino, i cui vertici potrebbero facilmente decidere di non accettare il lodo arbitrale, mettendo così a repentaglio la credibilità stessa del sistema di risoluzione delle controversie approntato dalla Cdm.

Al contrario, decretando l’inammissibilità del caso, renderebbero la via giudiziale impraticabile anche per il Vietnam e gli altri stati della regione, così esponendosi alla ricorrente critica che vede i tribunali internazionali come strumenti ligi agli interessi delle grandi potenze mondiali. Il presidente designato del collegio, Chris Pinto, stimato giurista di caratura internazionale, si è già astenuto, sulla base del fatto che sua moglie è filippina.

Nel frattempo, il progressivo coinvolgimento di diversi attori del panorama internazionale testimonia la crucialità della questione, capace di incidere notevolmente sugli equilibri economico-politici a livello mondiale.

Il giudice Xue Hanqin, membro della Cig ed ex ministro degli esteri cinese, ha tentato di giustificare il rifiuto di partecipare al processo da parte del suo governo. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno a più riprese dichiarato il loro appoggio alle Filippine, ricevendo risposte a dir poco piccate da Pechino.

La palla passa ora al Tribunale Arbitrale, il quale non potrà non essere influenzato dal valore della posta in palio.

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