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Nuova Commissione europea

Juncker, l’usato che può innovare

7 Lug 2014 - Marinella Neri Gualdesi - Marinella Neri Gualdesi

Nel percorso che ha portato alla decisione da parte del Consiglio europeo del 26-27 giugno di candidare Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, bisogna distinguere il metodo dal profilo del candidato.

Il metodo è sicuramente un’innovazione. Sia perché – su richiesta del premier inglese David Cameron, deciso oppositore alla nomina di Juncker – non si è votato per consenso unanime, ma si è fatto ricorso a un voto formale (finito 26 contro 2). Sia perché i capi di stato e di governo hanno tenuto conto del risultato democratico delle elezioni europee del 25 maggio.

È stato infatti designato il candidato indicato dal Ppe, il Partito popolare europeo che ha ottenuto la maggioranza relativa al Parlamento. La vera vincitrice di questa partita sembra essere dunque l’assemblea di Strasburgo uscita dalle elezioni europee.

Juncker, vecchio capitano della politica europea
Se questi sono gli aspetti innovativi nella procedura seguita per designare Juncker, l’ex premier del Lussemburgo non rappresenta tuttavia una scelta di rinnovamento, dal momento che ha governato e gestito la politica del suo paese come presidente del Consiglio dal 1995 al 2013, ha partecipato per quasi venticinque anni alla definizione della politica europea e ha gestito la politica monetaria e finanziaria dell’Unione europea (Ue) come presidente dell’Eurogruppo per otto anni.

Un capitano di lungo corso della politica europea, al quale vanno riconosciute esperienza e capacità di negoziato utili per trovare compromessi, ma che difficilmente può essere considerato un elemento di rottura rispetto alle politiche fin qui adottate. Proprio per questo ha incassato, dopo qualche esitazione, il sostegno più pesante alla sua nomina, quello di Angela Merkel, certa di poterne fare il garante della propria visione di continuità con gli impegni assunti.

Riuscirà Juncker a smentire questa attesa, a invertire il trend di sfiducia verso l’Ue che la forte astensione e l’avanzata dei partiti anti-europei alle elezioni del 25 maggio hanno rivelato?

Paradossalmente si potrebbe pensare che qualche possibilità esista, se si tiene presente che la violenta campagna contro l’ex-premier lussemburghese portata avanti da Cameron si è basata principalmente su un’accusa ben precisa: quella di essere un leader politico “troppo federalista”, di essere cioè sostenitore di una visione dell’Europa che mira a aumentare i poteri di Bruxelles e a ridurre quelli degli stati.

Un’accusa tutta da verificare. Benché sia vero che Juncker nel 2010 sulle colonne del Financial Times, insieme all’allora ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, si era fatto promotore dell’emissione di euro-bond per dare una risposta forte alla crisi dell’euro, nei dibattiti della recente campagna elettorale il leader politico lussemburghese ha espresso una posizione apertamente contraria, sostenendo che non vi sono le condizioni.

Sfide della nuova Commissione
Se il voto del 16 luglio del Pe darà l’investitura ufficiale a Juncker, saranno le priorità programmatiche della sua Commissione a indicare la direzione che il nuovo presidente intende imprimere all’azione dell’istituzione dotata dell’iniziativa legislativa. Si potrà allora capire se esiste la possibilità concreta di delineare un rilancio del progetto europeo. La nuova Commissione si insedierà solo a novembre e il periodo di transizione si presenta particolarmente delicato. Innanzitutto perché la partita delle nomine non si è conclusa.

Mancano infatti i nomi del nuovo presidente del Consiglio europeo, dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza e del presidente dell’Eurogruppo. Ogni paese dovrà poi designare un esponente quale membro della Commissione, con un’ulteriore competizione per l’assegnazione dei portafogli più pesanti all’interno del collegio dei commissari.

Solo dopo questo passaggio, nel quale le doti di mediazione di Juncker verranno messe alla prova, si conoscerà la sua squadra e si potrà avere qualche indicazione sull’indirizzo politico che intenderà seguire.

Crescita e occupazione
I margini di manovra di cui disporrà sono stati però già delimitati. Il Consiglio ha infatti definito le priorità strategiche che dovranno orientare il prossimo ciclo istituzionale dell’Ue, priorità la cui attuazione il Consiglio intende “monitorare”.

Sono cinque i settori sui quali le istituzioni europee sono chiamate a porre l’accento: occupazione, crescita, competitività; protezione dei cittadini; strategia in materia di energia e clima; azioni congiunte in materia di libertà, sicurezza e giustizia; azioni comuni sulla scena internazionale.

I governi nazionali, nel momento stesso in cui hanno riconosciuto l’influenza del parlamento europeo nel processo di designazione del presidente della Commissione, hanno anche manifestato la chiara volontà di controllare e indirizzare l’agenda dell’esecutivo comunitario. Le cui prerogative di iniziativa legislativa e indipendenza sembrano rimesse in questione.

Merkel ha peraltro sottolineato che spetta alla Commissione e non agli stati membri verificare l’applicazione del Patto di stabilità, riaffermando implicitamente il ruolo politico dell’esecutivo. La presa di posizione della cancelliera tedesca non sembra però scaturire da una volontà di difesa dell’istituzione in sé, quanto dall’obiettivo di impegnare su una linea rigorista la futura Commissione.

Mettere l’Europa sulla strada della crescita e della creazione di occupazione è la sfida che aspetta la nuova Commissione. La vera sfida che aspetta Juncker è fare in modo che la sua designazione e la vittoria del Parlamento non siano una vittoria di Pirro.